Ooh, com’è stata bella la notte di Natale! Essere lì, con tanta gente, si respirava un’aria di attesa e di trepidazione, tutto per poter assistere alla processione con la statua del piccolo Gesù avvolto in fasce e ascoltare come ogni anno puntuale ed immancabile il canto “tu scendi dalle stelle”.
Quanti propositi buoni sono sorti dal cuore, quanti pensieri di pace e riappacificazione magari verso qualcuno con cui non ci si parla più da tempo. Di quante meraviglie è capace il Natale.
Ricordare quel piccolo bambino ebreo vissuto duemila anni fa è capace di creare magie incredibili.
Ma cosa ho detto? bambino? ebreo? È incredibile, tutto l’occidente si commuove addolcisce il suo cuore davanti ad un infante e per di più extracomunitario!
A pensarci bene sono tanti gli stranieri che fanno breccia nel cuore dei più, come per esempio i tanti calciatori che incidono sulla sorte della nostra squadra del cuore, oppure tante soubrette della TV che ci ammaliano con la loro bellezza. Sono tanti gli extracomunitari che nella nostra bella Italia hanno il beneplacito di tutti, un consenso unanime e assoluto.
Ora però viene da chiedermi: e tutti quegli stranieri che vengono respinti con il loro barconi della speranza, o coloro che cercano rifugio da guerre, morte, fame, miseria, povertà… tutti questi non sortiscono lo stesso effetto!
Allora l’odio razziale si fomenta, crudeltà sotto forma di legge si compiono quotidianamente sotto i nostri occhi. E mentre baciamo il piedino della statuetta del piccolo infante ebreo avvalliamo in tacito silenzio politiche che offendono la dignità delle persone. Ci indigniamo verso chi oltraggia la cultura del crocifisso nelle scuole e negli uffici pubblici e poi, crudelmente crocifiggiamo quei tanti uomini, donne e bambini che a noi, noi più ricchi, a noi che ogni giorno possiamo vantare almeno due pasti caldi, essi chiedono aiuto.
La politica del popolo si esprime quando il popolo alza la voce contro tanta ingiustizia e se continuiamo a commuoverci davanti alla magia del presepe, del bimbo rifiutato negli alberghi e lasciato in mezzo al freddo e agli animali di un’umida e puzzolente stalla, allora dobbiamo indignarci contro atteggiamenti che inducono a ridurre l’altro uomo ad una bestiola che ha avuto solo la sfortuna di nascere in un paese povero!
È passato il Natale cambiando qualcosa nel nostro cuore, non lasciamo che passi senza cambiare qualcosa nella nostra società ammalata di egoismo.
Il Chierichetto
28 dic 2009
27 nov 2009
Ad ogni giorno la sua crisi
Chissà quanti come me sono stanchi di sentir echeggiare sempre la stessa parola: Crisi. Dal telegiornale alla radio, dal blog ai giornali…persino dal parrucchiere!
Anche la Chiesa non si risparmia…sarà che va di moda! C’è la crisi della famiglia, la crisi della morale, la crisi politica, ma quella che più ci fa preoccupare è la crisi economica.
Banche che perdono capitali, finanziarie e assicurazioni che falliscono, potere d’acquisto ai minimi storici…
Possibile che questa sia una parola così oscura? Possibile che dire crisi significhi dire “è finita”?
Qualche tempo fa’ ascoltavo don Pierino tuonare durante la predica:« abbiamo dimenticato che significhi confessarsi. Nessuno più si accosta al sacramento della confessione. Ormai la confessione è un sacramento in crisi ». Dopo qualche settimana, a pochi giorni dal Natale, la chiesa era affollatissima. Una fila di gente, da far invidia allo sportello più trafficato delle Poste, tutti in coda al confessionale in attesa del proprio turno. Ad un tratto don Pierino, arrabbiato balzò fuori urlando: « Basta! Sono tre ore che confesso, ma tutti oggi dovevate venire? ». Credo che il suo problema sia uno solo: è un grande predicatore!??
Crisi deriva dal greco κρίσις (krìsis) e significa giudizio, decisione. Perciò avere una crisi significa, trovarsi in una situazione difficile, problematica, ma che ci dà la possibilità di guardare faccia a faccia il problema, poterci riflettere, ipotizzare delle soluzioni per prendere poi la giusta decisione. Trovarsi difronte ad una crisi significa trovarsi dinanzi alla possibilità di crescere, migliorare, fare un salto di qualità nel nostro quotidiano.
Non dobbiamo aver paura della crisi della famiglia urlando “al lupo, al lupo”, ma trovare il coraggio di fermarci seriamente a guardare negli occhi il problema, capirlo fino in fondo come parte di noi e poi prendere una decisione che garantisca il più ampio margine di bene per tutta la famiglia. Questo vale anche per i problemi etici, come la tanto discussa eutanasia: guardiamola diritta negli occhi, analizziamola nel profondo di tutto ciò che implica, non come semplice criterio, ma come applicazioni su esseri umani viventi. Solo allora prenderemo giuste decisioni in merito.
Infine, troviamo il coraggio di “ringraziare il cielo” per la crisi economica che attanaglia il globo terrestre. Oggi abbiamo la possibilità di trasformare la nostra economia globale, da esclusivista ad inclusiva di tutti gli abitanti della terra. Non più economia solo per chi è ricco, ma anche distribuzione equa della ricchezza per ogni cittadino del nostro villaggio globale.
Diciamolo ad alta voce: che bella la crisi!
Il Chierichetto
Anche la Chiesa non si risparmia…sarà che va di moda! C’è la crisi della famiglia, la crisi della morale, la crisi politica, ma quella che più ci fa preoccupare è la crisi economica.
Banche che perdono capitali, finanziarie e assicurazioni che falliscono, potere d’acquisto ai minimi storici…
Possibile che questa sia una parola così oscura? Possibile che dire crisi significhi dire “è finita”?
Qualche tempo fa’ ascoltavo don Pierino tuonare durante la predica:« abbiamo dimenticato che significhi confessarsi. Nessuno più si accosta al sacramento della confessione. Ormai la confessione è un sacramento in crisi ». Dopo qualche settimana, a pochi giorni dal Natale, la chiesa era affollatissima. Una fila di gente, da far invidia allo sportello più trafficato delle Poste, tutti in coda al confessionale in attesa del proprio turno. Ad un tratto don Pierino, arrabbiato balzò fuori urlando: « Basta! Sono tre ore che confesso, ma tutti oggi dovevate venire? ». Credo che il suo problema sia uno solo: è un grande predicatore!??
Crisi deriva dal greco κρίσις (krìsis) e significa giudizio, decisione. Perciò avere una crisi significa, trovarsi in una situazione difficile, problematica, ma che ci dà la possibilità di guardare faccia a faccia il problema, poterci riflettere, ipotizzare delle soluzioni per prendere poi la giusta decisione. Trovarsi difronte ad una crisi significa trovarsi dinanzi alla possibilità di crescere, migliorare, fare un salto di qualità nel nostro quotidiano.
Non dobbiamo aver paura della crisi della famiglia urlando “al lupo, al lupo”, ma trovare il coraggio di fermarci seriamente a guardare negli occhi il problema, capirlo fino in fondo come parte di noi e poi prendere una decisione che garantisca il più ampio margine di bene per tutta la famiglia. Questo vale anche per i problemi etici, come la tanto discussa eutanasia: guardiamola diritta negli occhi, analizziamola nel profondo di tutto ciò che implica, non come semplice criterio, ma come applicazioni su esseri umani viventi. Solo allora prenderemo giuste decisioni in merito.
Infine, troviamo il coraggio di “ringraziare il cielo” per la crisi economica che attanaglia il globo terrestre. Oggi abbiamo la possibilità di trasformare la nostra economia globale, da esclusivista ad inclusiva di tutti gli abitanti della terra. Non più economia solo per chi è ricco, ma anche distribuzione equa della ricchezza per ogni cittadino del nostro villaggio globale.
Diciamolo ad alta voce: che bella la crisi!
Il Chierichetto
Che cos’è la Legge?
Negli ultimi tempi sembra che tutto verta attorno alla “giustizia” intesa come organo che si occupa del rispetto della legge. Il nostro panorama italiano è così immerso in questa realtà a tal punto che sui giornali e in TV non si sente altro che parlare di giustizia come il vero e grande problema del nostro Paese. Sembra che ogni due mesi circa dobbiamo avere “grande problema” da risolvere e che lo si possa risolvere promulgando una legge. Anche quando appaiono scompensi a livello politico tra i vari poteri dello Stato altro rimedio non v’è che fare una nuova legge. È possibile che la vita politica di un Paese sia fatta tutta e solo di ‘Leggi’?
Io, che di Legge ne capisco poco o nulla, a pelle, ho la sensazione che ci sia una distorsione sul valore da attribuire a tutto ciò che appartiene al codice regolamentatore di una Nazione.
Innanzitutto ho l’impressione che siamo di fronte alla personificazione della Legge. Mi spiego meglio.
Il regolamento, che è un insieme di parole scritte e pubblicate, ha caratteri quasi umani, sembra incarnarsi in un essere con braccia forti per operare, per attuare il suo pensiero, gambe lunghissime capaci di raggiungere chiunque e dovunque, ma la testa…, la testa mi sembra troppo piccola, incapace di andare al di là dell’idea che ha dato i natali a tutto il suo essere. Per non parlare del cuore: inesistente, a tal punto da trasformare questo essere umanoide in una realtà incapace di discernere. Pensiamo alla legge sull’immigrazione, oppure allo scudo fiscale o ancora ai tanti “lodi” tentati e mal riusciti. Cadono sul cittadino come spade di Damocle.
Ricordo di aver ascoltato una volta una affermazione che suonava in questo modo: << non è l’uomo per la legge, ma è la legge che è per l’uomo>>.
Dare per vero questo principio significa che, la nostra personificazione della legge è un tentativo di incarnare questo principio, ma con un grande difetto: che fine ha fatto l’uomo?
Questo interrogativo mi sorge dal momento in cui sento parlare di una legge che regolamenti la giustizia, quell’organo democratico (anche se non eletto direttamente dal popolo) che si occupa del rispetto della legge.
Non credo di aver capito bene di cosa parli questa legge, ma vivo un grande timore, cioè quello di cadere in un mondo dove tutto sia arrovellato da leggi così inestricabili, che di fronte ad una legge che vuole semplificare il tutto rischi che, per l’esemplificazione, si sacrifichi la Giustizia, intesa come equità per tutti e certezza di ottenere il rispetto dei propri diritti di fronte ad un nostro simile che i diritti degli altri li calpesta.
Io, da buon chierichetto, che di politica non capisce niente , voglio solo cercare Dio anche nelle leggi che regolano la mia vita ed ho scoperto che la migliore legge sotto la quale posso vivere con la certezza che non sia un umanoide, è governata dal principio della strumentalità della legge.
Allora la legge è lo strumento cioè solo la possibilità che ogni uomo ha di far crescere il bene comune, quel bene che non guarda il volto di nessuno, né il gonfiore del suo portafoglio e tanto mento il modo con cui ciascuno si inginocchia e prega Dio nel suo cuore. Il bene comune è il fine raggiungibile anche con la legge, lo strumento che, messo nelle mani dell’uomo non gode solo di forti braccia e lunghe gambe, ma di un cuore capace di discernere il bene e il male e una testa aperta anche all’idea contraria a quella che la stessa legge popone. Forse, solo così potremo vivere in un mondo dove la legge è per l’uomo, per tutti gli uomini.
Il Chierichetto
Io, che di Legge ne capisco poco o nulla, a pelle, ho la sensazione che ci sia una distorsione sul valore da attribuire a tutto ciò che appartiene al codice regolamentatore di una Nazione.
Innanzitutto ho l’impressione che siamo di fronte alla personificazione della Legge. Mi spiego meglio.
Il regolamento, che è un insieme di parole scritte e pubblicate, ha caratteri quasi umani, sembra incarnarsi in un essere con braccia forti per operare, per attuare il suo pensiero, gambe lunghissime capaci di raggiungere chiunque e dovunque, ma la testa…, la testa mi sembra troppo piccola, incapace di andare al di là dell’idea che ha dato i natali a tutto il suo essere. Per non parlare del cuore: inesistente, a tal punto da trasformare questo essere umanoide in una realtà incapace di discernere. Pensiamo alla legge sull’immigrazione, oppure allo scudo fiscale o ancora ai tanti “lodi” tentati e mal riusciti. Cadono sul cittadino come spade di Damocle.
Ricordo di aver ascoltato una volta una affermazione che suonava in questo modo: << non è l’uomo per la legge, ma è la legge che è per l’uomo>>.
Dare per vero questo principio significa che, la nostra personificazione della legge è un tentativo di incarnare questo principio, ma con un grande difetto: che fine ha fatto l’uomo?
Questo interrogativo mi sorge dal momento in cui sento parlare di una legge che regolamenti la giustizia, quell’organo democratico (anche se non eletto direttamente dal popolo) che si occupa del rispetto della legge.
Non credo di aver capito bene di cosa parli questa legge, ma vivo un grande timore, cioè quello di cadere in un mondo dove tutto sia arrovellato da leggi così inestricabili, che di fronte ad una legge che vuole semplificare il tutto rischi che, per l’esemplificazione, si sacrifichi la Giustizia, intesa come equità per tutti e certezza di ottenere il rispetto dei propri diritti di fronte ad un nostro simile che i diritti degli altri li calpesta.
Io, da buon chierichetto, che di politica non capisce niente , voglio solo cercare Dio anche nelle leggi che regolano la mia vita ed ho scoperto che la migliore legge sotto la quale posso vivere con la certezza che non sia un umanoide, è governata dal principio della strumentalità della legge.
Allora la legge è lo strumento cioè solo la possibilità che ogni uomo ha di far crescere il bene comune, quel bene che non guarda il volto di nessuno, né il gonfiore del suo portafoglio e tanto mento il modo con cui ciascuno si inginocchia e prega Dio nel suo cuore. Il bene comune è il fine raggiungibile anche con la legge, lo strumento che, messo nelle mani dell’uomo non gode solo di forti braccia e lunghe gambe, ma di un cuore capace di discernere il bene e il male e una testa aperta anche all’idea contraria a quella che la stessa legge popone. Forse, solo così potremo vivere in un mondo dove la legge è per l’uomo, per tutti gli uomini.
Il Chierichetto
È tempo di Indulgenze
Stavo curiosando nella polverosa libreria di don Pierino (pare che ami la lettura!?) e mi sono imbattuto in un libretto con una copertina paonazza e una scritta dorata dal titolo “Manuale delle Indulgenze”. Che sarà mai un’indulgenza?
Sono corso al mio amico fedele, il vocabolario e, per dirla in soldoni, ho scoperto che indulgenza significa “sconto”. Infatti da secoli la Chiesa usa fare vere e proprie cancellazioni delle pene connesse ai peccati che quotidianamente commettiamo. Cioè, quando compio un’azione malvagia commetto un peccato e questo peccato commesso mi procura anche una pena che dovrò espiare o con sacrifici e digiuni oppure con il Purgatorio. Insomma, il peccato lo devo confessare e poi devo espiare. L’indulgenza mi guadagna un vero e proprio sconto sulle pene che ho da espiare.
In realtà le indulgenze non sono un annullamento sic et simpliciter, perché la pena va espiata. La Chiesa custodisce un vero e proprio scrigno di opere buone, di penitenze in sovrappiù compiute dalla Vergine Maria e dai Santi di tutti i tempi e di lì attinge per espiare le colpe di coloro che ricevono il dono dell’indulgenza. Quindi è uno sconto fittizio, in realtà si paga e anche tutto!
Ora ho capito cosa significa essere indulgenti: non significa esser bonaccioni, ma venire incontro a chi si trova in difficoltà nei miei riguardi ed aiutarlo a riallacciare i rapporti sereni. Io perdono una parte del suo comportamento e lui mi rivolge delle piccole scuse. Così avviene che nell’atteggiamento indulgente c’è una parte di mio e una parte dell’altro.
Tutto ciò mi ha fatto venire in mente quel gran trambusto attorno al famoso “scudo fiscale”. Non capisco il perché di tutto questo scompiglio. Non si è mica parlato di indulgenza fiscale! Se così fosse innanzitutto bisognerebbe richiedere la confessione dell’evasore e non salvaguardare il suo anonimato e poi bisognerebbe impegnarlo a restituire allo Stato una piccola percentuale del maltolto. Il resto? Ebbene, quello dovrebbe accollarselo lo Stato. Il guadagno della faccenda sarebbe non tanto il 5% dell’evaso, quanto piuttosto che venga fatta giustizia verso tutti coloro che sono stati frodati e mettere in condizione l’evasore di non farlo mai più.
Tutto questo se fosse Indulgenza fiscale!
Invece è “scudo” cioè io non confesso un bel niente, ti pago un’inerzia rispetto a quanto frodato e di tutto quello che io devo alla collettività è lo Stato che lo esce di tasca sua (cioè la collettività stessa). Più protetto di così.!?Anzi, non dovrebbe allora essere chiamato “armatura” fiscale?
A ragione si dice che in Italia è stata inaugurata una nuova moralità: quella dove c’è chi paga due volte e chi non paga mai.
Il Chierichetto
Sono corso al mio amico fedele, il vocabolario e, per dirla in soldoni, ho scoperto che indulgenza significa “sconto”. Infatti da secoli la Chiesa usa fare vere e proprie cancellazioni delle pene connesse ai peccati che quotidianamente commettiamo. Cioè, quando compio un’azione malvagia commetto un peccato e questo peccato commesso mi procura anche una pena che dovrò espiare o con sacrifici e digiuni oppure con il Purgatorio. Insomma, il peccato lo devo confessare e poi devo espiare. L’indulgenza mi guadagna un vero e proprio sconto sulle pene che ho da espiare.
In realtà le indulgenze non sono un annullamento sic et simpliciter, perché la pena va espiata. La Chiesa custodisce un vero e proprio scrigno di opere buone, di penitenze in sovrappiù compiute dalla Vergine Maria e dai Santi di tutti i tempi e di lì attinge per espiare le colpe di coloro che ricevono il dono dell’indulgenza. Quindi è uno sconto fittizio, in realtà si paga e anche tutto!
Ora ho capito cosa significa essere indulgenti: non significa esser bonaccioni, ma venire incontro a chi si trova in difficoltà nei miei riguardi ed aiutarlo a riallacciare i rapporti sereni. Io perdono una parte del suo comportamento e lui mi rivolge delle piccole scuse. Così avviene che nell’atteggiamento indulgente c’è una parte di mio e una parte dell’altro.
Tutto ciò mi ha fatto venire in mente quel gran trambusto attorno al famoso “scudo fiscale”. Non capisco il perché di tutto questo scompiglio. Non si è mica parlato di indulgenza fiscale! Se così fosse innanzitutto bisognerebbe richiedere la confessione dell’evasore e non salvaguardare il suo anonimato e poi bisognerebbe impegnarlo a restituire allo Stato una piccola percentuale del maltolto. Il resto? Ebbene, quello dovrebbe accollarselo lo Stato. Il guadagno della faccenda sarebbe non tanto il 5% dell’evaso, quanto piuttosto che venga fatta giustizia verso tutti coloro che sono stati frodati e mettere in condizione l’evasore di non farlo mai più.
Tutto questo se fosse Indulgenza fiscale!
Invece è “scudo” cioè io non confesso un bel niente, ti pago un’inerzia rispetto a quanto frodato e di tutto quello che io devo alla collettività è lo Stato che lo esce di tasca sua (cioè la collettività stessa). Più protetto di così.!?Anzi, non dovrebbe allora essere chiamato “armatura” fiscale?
A ragione si dice che in Italia è stata inaugurata una nuova moralità: quella dove c’è chi paga due volte e chi non paga mai.
Il Chierichetto
3 ott 2009
Non uccidere
A chi non è capitato di doversi sentire:« dai, fai un sacrificio! » oppure « dai… fai questo piccolo sacrificio per me! ».
La mia mamma spesso usa quest’arma a doppio taglio per costringermi a svolgere qualche lavoretto e io spesso acconsento!
Quello però, che mi ha mandato più su di giri è quando, la scorsa domenica, don Pierino dall’altare pontificava: « e ci sono da risistemare le aule del catechismo, bisogna comprare le sedie nuove, ed è per questo che a tutti chiedo un piccolo sacrificio!». Ci risiamo… rieccoci con la tattica del “senso di colpa”. E pensare che il sacrificio era ritenuta un’azione così importante. Sacrificare significa ‘rendere sacro’ , trasformare in “cosa sacra”.
Gli antichi ebrei avevano una grandissima considerazione del sacrificare a Dio. Essi ne conoscevano numerose tipologie tra cui la più importante era l’ “olocausto”(in ebraico ‘olâh). Esso consisteva nella combustione della vittima sacrificale senza che ne rimanesse nulla, mentre il sangue veniva versato attorno all’altare.
All’inizio questa cosa mi è sembrata orribile, ma poi studiandoci su ho scoperto che per un ebreo il suo animale era la cosa più importante dopo un figlio. Offrire uno dei migliori di questi animali era quasi come se l’ebreo offrisse se stesso a Dio.
Ogni hanno commemoriamo lo scempio umano della “Shoah”! Come poter dimenticare? Come poter giustificare tali atti di crudeltà gratuita? Come poter affermare la falsità storica di un sì tale passato? Non si può fare questo senza essere in qualche modo complici.
Io ho sempre tremato e riflettuto davanti tale tragedia, ma oggi ho scoperto una barbarie in più: molti ebrei sono stati oscenamente uccisi con il gesto che per la loro storia era il più sacro: l’olocausto.
Nessun Dio può aver mai gradito una simile offerta, nessun Dio può giustificare ennesime morti, nuovi stermini. Nessun Dio può ritenere sante le uccisioni di Gaza, né quelle afgane o irachene. No, Dio non sorride davanti all’uomo che muore perché uccidere un uomo significa mettere a morte Colui che ha creato l’umanità simile a sé, parte di sè stesso. L’omicidio non è un sacrificio, ma un vero è proprio “Deicidio”.
Il Cherichetto
La mia mamma spesso usa quest’arma a doppio taglio per costringermi a svolgere qualche lavoretto e io spesso acconsento!
Quello però, che mi ha mandato più su di giri è quando, la scorsa domenica, don Pierino dall’altare pontificava: « e ci sono da risistemare le aule del catechismo, bisogna comprare le sedie nuove, ed è per questo che a tutti chiedo un piccolo sacrificio!». Ci risiamo… rieccoci con la tattica del “senso di colpa”. E pensare che il sacrificio era ritenuta un’azione così importante. Sacrificare significa ‘rendere sacro’ , trasformare in “cosa sacra”.
Gli antichi ebrei avevano una grandissima considerazione del sacrificare a Dio. Essi ne conoscevano numerose tipologie tra cui la più importante era l’ “olocausto”(in ebraico ‘olâh). Esso consisteva nella combustione della vittima sacrificale senza che ne rimanesse nulla, mentre il sangue veniva versato attorno all’altare.
All’inizio questa cosa mi è sembrata orribile, ma poi studiandoci su ho scoperto che per un ebreo il suo animale era la cosa più importante dopo un figlio. Offrire uno dei migliori di questi animali era quasi come se l’ebreo offrisse se stesso a Dio.
Ogni hanno commemoriamo lo scempio umano della “Shoah”! Come poter dimenticare? Come poter giustificare tali atti di crudeltà gratuita? Come poter affermare la falsità storica di un sì tale passato? Non si può fare questo senza essere in qualche modo complici.
Io ho sempre tremato e riflettuto davanti tale tragedia, ma oggi ho scoperto una barbarie in più: molti ebrei sono stati oscenamente uccisi con il gesto che per la loro storia era il più sacro: l’olocausto.
Nessun Dio può aver mai gradito una simile offerta, nessun Dio può giustificare ennesime morti, nuovi stermini. Nessun Dio può ritenere sante le uccisioni di Gaza, né quelle afgane o irachene. No, Dio non sorride davanti all’uomo che muore perché uccidere un uomo significa mettere a morte Colui che ha creato l’umanità simile a sé, parte di sè stesso. L’omicidio non è un sacrificio, ma un vero è proprio “Deicidio”.
Il Cherichetto
L’uomo ha paura della sua umanità
Spesso ho l’occasione di salire sul campanile della chiesa. Don Pierino mi ci porta spesso, non per farmi ammirare il panorama, no di certo! Mi tocca salir lassù per spazzare tutto quello che i colombi lasciano qua e là. Eppure basta affacciarmi da una feritoia per ritrovarmi in un altro mondo.
L’altro giorno ho visto qualcosa che mi ha lasciato molto perplesso: ho visto una società che ha paura della morte. Come – mi chiederete – paura della morte? Ma se noi siamo tra le società della storia più longeve?! Ma se noi la morte l’affrontiamo?!
Certo, noi la morte l’affrontiamo, ma non la vinciamo. Guardiamo il caso dell’eutanasia… di coraggioso secondo me vi è ben poco. È come se siamo consapevoli di dover perdere la guerra e invece di combattere fino all’ultimo, ci lasciamo martoriare dal nemico senza reagire. Il caso dell’accanimento terapeutico è anch’esso un falso coraggio. Ci illudiamo di combattere, sfidiamo la morte come se fossimo tra i più valorosi.
Ho visto una società che ama il verbo “preservarsi”. Desideriamo preservarci nei riguardi delle malattie, ci preserviamo dalle relazioni profonde con altre persone, ci preserviamo dal tendere il nostro aiuto a chi è in difficoltà con la paura di rimanervene legati. Insomma, una società del preservativo.
Ho visto anche la società del delirio dell’onnipotenza poiché riteniamo di poter controllare ogni cosa, le stagioni, i cambiamenti climatici, le maree, la forma del nostro territorio, e pretendiamo di chiamare tutto con il nome di “progresso”. Pensiamo che il ponte sullo stretto ci sia indispensabile, e tutte le famiglie che cadono in povertà le lasciamo con pochi spiccioli. Non vi sembra una società del regresso?
Meno male che una volta l’anno giunge a noi la festa di Pasqua.
Il mondo intero vi vede il tempo della rinascita, la vittoria sul silenzio invernale, sul grigiore di una natura addormentata e spoglia.
Per altri è l’inizio del nuovo anno, il punto di partenza che ha per signore non l’uomo, ma tutto ciò che lo circonda.
I cristiani infine, vedono la vittoria contro ogni paura, contro ogni sofferenza che pone l’uomo non al disopra della creazione, ma nel cuore di tutto il creato.
Per fortuna che viene la Pasqua. È l’occasione giusta per ricordare a noi stessi la gioia della nostra esistenza che è fatta di festosità e tristezza, benessere e sofferenza, pace e guerra, vita e morte e poi…. ancora vita!
Oggi mi sono riaffacciato alla finestra del campanile, ho infilato la testa nella feritoia e ho sognato questa società pasquale.
Il Chierichetto
L’altro giorno ho visto qualcosa che mi ha lasciato molto perplesso: ho visto una società che ha paura della morte. Come – mi chiederete – paura della morte? Ma se noi siamo tra le società della storia più longeve?! Ma se noi la morte l’affrontiamo?!
Certo, noi la morte l’affrontiamo, ma non la vinciamo. Guardiamo il caso dell’eutanasia… di coraggioso secondo me vi è ben poco. È come se siamo consapevoli di dover perdere la guerra e invece di combattere fino all’ultimo, ci lasciamo martoriare dal nemico senza reagire. Il caso dell’accanimento terapeutico è anch’esso un falso coraggio. Ci illudiamo di combattere, sfidiamo la morte come se fossimo tra i più valorosi.
Ho visto una società che ama il verbo “preservarsi”. Desideriamo preservarci nei riguardi delle malattie, ci preserviamo dalle relazioni profonde con altre persone, ci preserviamo dal tendere il nostro aiuto a chi è in difficoltà con la paura di rimanervene legati. Insomma, una società del preservativo.
Ho visto anche la società del delirio dell’onnipotenza poiché riteniamo di poter controllare ogni cosa, le stagioni, i cambiamenti climatici, le maree, la forma del nostro territorio, e pretendiamo di chiamare tutto con il nome di “progresso”. Pensiamo che il ponte sullo stretto ci sia indispensabile, e tutte le famiglie che cadono in povertà le lasciamo con pochi spiccioli. Non vi sembra una società del regresso?
Meno male che una volta l’anno giunge a noi la festa di Pasqua.
Il mondo intero vi vede il tempo della rinascita, la vittoria sul silenzio invernale, sul grigiore di una natura addormentata e spoglia.
Per altri è l’inizio del nuovo anno, il punto di partenza che ha per signore non l’uomo, ma tutto ciò che lo circonda.
I cristiani infine, vedono la vittoria contro ogni paura, contro ogni sofferenza che pone l’uomo non al disopra della creazione, ma nel cuore di tutto il creato.
Per fortuna che viene la Pasqua. È l’occasione giusta per ricordare a noi stessi la gioia della nostra esistenza che è fatta di festosità e tristezza, benessere e sofferenza, pace e guerra, vita e morte e poi…. ancora vita!
Oggi mi sono riaffacciato alla finestra del campanile, ho infilato la testa nella feritoia e ho sognato questa società pasquale.
Il Chierichetto
La fede fa' l’uomo
Quando don Pierino mi telefona all’ora di pranzo non sono mai belle notizie. Infatti, mi avvisa sempre per andare ad aiutarlo ad un funerale.
La morte… che cosa brutta! Non c’è niente che mi rattristi quanto una persona defunta. In questi anni che do una mano a don Pierino ne ho visti di morti di tutti i tipi: per vecchiaia, per malattie, morti per eventi tragici. Però, che cosa difficile celebrare un funerale nelle feste di Pasqua. Diciamo che la Pasqua è vita, è gioia, risurrezione… e poi ci troviamo a piangere per un defunto.
Per non parlare della tragicità del Terremoto che ha scosso le terre d’Abruzzo. Quanta tragedia che fa gridare: dov’è Dio?
Allora sorge il dubbio: ma ci riempiono di chiacchiere, ma forse sono tutte frottole che ci raccontano don Pierino e altri come lui. Allora raccontare la Pasqua è solo un business per preti e dintorni!
Certo che se le cose stanno così ci siamo fatti prendere in giro per ben duemila anni?!
Eppure che volete da me, io ci credo, ma ci credo con tutto me stesso. Questo è quello che si chiama potere della fede, fiducia illimitata, affido sconfinato.
Non chiedetemi di spiegare che cos’è la fede perché se pretendessi di farlo tradirei la ragione che mi distingue tra tutti gli esseri viventi come essere umano. È per questo che il grande filosofo Biagio Pascal parla della fede come scommessa. Egli invita a scommettere sull’esistenza di Dio perché chi vi scommette nulla perde, anzi, guadagnerà certamente sia che Dio esista o meno.
Per me invece, la fede è qualcosa di esistenziale, direi anche identitario. Solo l’uomo è capace di affidare ogni cosa della sua quotidianità ad una realtà superiore, ad un Altro da sé. La fede è connaturale all’uomo, nasce con lui, esiste sin dall’apparizione dell’essere umano nella storia. L’uomo è l’essere dell’oltre, l’unico che sa andare al di là di se stesso. Questa è fede!
Non posso negare qualcosa che mi fa sentire più uomo e meno animale.
Così non mi diviene impossibile affrontare la morte di una persona cara o un evento tragico. Certo, soffro, perché sono uomo, ma spero perché sono un uomo.
Chiedetemi di rinunciare a qualsiasi cosa, ma la ragione non mi impedirà mai di rinunciare alla mia umanità.
Il Chierichetto
La morte… che cosa brutta! Non c’è niente che mi rattristi quanto una persona defunta. In questi anni che do una mano a don Pierino ne ho visti di morti di tutti i tipi: per vecchiaia, per malattie, morti per eventi tragici. Però, che cosa difficile celebrare un funerale nelle feste di Pasqua. Diciamo che la Pasqua è vita, è gioia, risurrezione… e poi ci troviamo a piangere per un defunto.
Per non parlare della tragicità del Terremoto che ha scosso le terre d’Abruzzo. Quanta tragedia che fa gridare: dov’è Dio?
Allora sorge il dubbio: ma ci riempiono di chiacchiere, ma forse sono tutte frottole che ci raccontano don Pierino e altri come lui. Allora raccontare la Pasqua è solo un business per preti e dintorni!
Certo che se le cose stanno così ci siamo fatti prendere in giro per ben duemila anni?!
Eppure che volete da me, io ci credo, ma ci credo con tutto me stesso. Questo è quello che si chiama potere della fede, fiducia illimitata, affido sconfinato.
Non chiedetemi di spiegare che cos’è la fede perché se pretendessi di farlo tradirei la ragione che mi distingue tra tutti gli esseri viventi come essere umano. È per questo che il grande filosofo Biagio Pascal parla della fede come scommessa. Egli invita a scommettere sull’esistenza di Dio perché chi vi scommette nulla perde, anzi, guadagnerà certamente sia che Dio esista o meno.
Per me invece, la fede è qualcosa di esistenziale, direi anche identitario. Solo l’uomo è capace di affidare ogni cosa della sua quotidianità ad una realtà superiore, ad un Altro da sé. La fede è connaturale all’uomo, nasce con lui, esiste sin dall’apparizione dell’essere umano nella storia. L’uomo è l’essere dell’oltre, l’unico che sa andare al di là di se stesso. Questa è fede!
Non posso negare qualcosa che mi fa sentire più uomo e meno animale.
Così non mi diviene impossibile affrontare la morte di una persona cara o un evento tragico. Certo, soffro, perché sono uomo, ma spero perché sono un uomo.
Chiedetemi di rinunciare a qualsiasi cosa, ma la ragione non mi impedirà mai di rinunciare alla mia umanità.
Il Chierichetto
30 set 2009
che bella la diversità
-Toch!
- ahi che male!
- stai attento e suona quelle campanelle!
Ma si può sapere perché don Pierino è così manesco? Io verso di lui, tanto di cappello, mentre a me solo nocche sulla testa.
Si è già dimenticato di ciò che ha predicato dieci minuti fa’?
Eppure a me ha colpito molto sentire che Dio, fin dall’inizio dei tempi pensava all’uguaglianza fra gli esseri umani. Io avevo sempre pensato che, poiché la donna fosse stata creata dalla costola dell’uomo sia a noi inferiore.
Invece, no, Dio ha creato la donna come la conclusione più bella di tutte le sue opere, come il compimento di tutte le sue parole.
Costola in ebraico si dice s’ela e significa, “al fianco di”. Infatti, Dio non ha voluto creare la donna da un osso del cranio dell’uomo perché essa non gli sia superiore, né ha voluto crearla da un osso del suo piede, perché l’uomo non la domini, ma l’ha creata dal suo fianco affinché le sia sempre al pari.
Però, perché li ha fatti diversi? Sarebbe stato più semplice fare uguaglianza fra uguali no? Ma che religione complicata la nostra… si vuole affermare l’uguaglianza con la diversità.
In effetti, se tutti fossimo uguali non ci sarebbe uguaglianza perché non esisterebbe qualcosa che ci faccia intendere il diverso!
È una bella sfida fare uguaglianza fra diversi.
Ora capisco perché il mio amico Angelo costretto alla sedia a rotelle, che ci vede quasi niente e ci sente ancora meno ha diritto di venire a scuola con me, nella mia classe. Sarebbe più facile per noi se non ci fosse, impareremmo le cose più in fretta, la maestra ci darebbe più retta perché non avrebbe da pensare al nasino di Angelo che cola dal raffreddore. Ma quanto sarebbe triste la classe senza Angelo, senza i suoi gridolini che ci fanno sorridere, senza i suoi piccoli movimenti compiuti bene che ci sorprendono e ci fanno scoppiare in applausi e grida di gioia.
Meno male che c’è Angelo, meno male che nascono tanti bambini come me e come lui così che tutti possiamo avere queste belle esperienze.
Che noia sarebbe un mondo di biondi con gli occhi azzurri, di alti un metro e ottanta, di super intelligenti che non riescono a vincere una gara perché dove arriva uno là arrivano tutti.
Che brutto sarebbe un mondo dove non si possa prendere nemmeno un raffreddore e godere delle cure della mamma nel calduccio del proprio letto! Spero che all’uomo non salti mai in mente di inventare un modo per farci tutti uguali, belli, invincibili, avremmo perso la cosa più bella: la diversità.
- Toch!
- Ancora, ma che male!
- Vuoi rimanere inginocchiato per sempre? Alzati, la messa è finita!
Beh meno male che c’è don Pierino che mi sveglia, altrimenti sai che noia star qui, sempre a pensare…!?
- ahi che male!
- stai attento e suona quelle campanelle!
Ma si può sapere perché don Pierino è così manesco? Io verso di lui, tanto di cappello, mentre a me solo nocche sulla testa.
Si è già dimenticato di ciò che ha predicato dieci minuti fa’?
Eppure a me ha colpito molto sentire che Dio, fin dall’inizio dei tempi pensava all’uguaglianza fra gli esseri umani. Io avevo sempre pensato che, poiché la donna fosse stata creata dalla costola dell’uomo sia a noi inferiore.
Invece, no, Dio ha creato la donna come la conclusione più bella di tutte le sue opere, come il compimento di tutte le sue parole.
Costola in ebraico si dice s’ela e significa, “al fianco di”. Infatti, Dio non ha voluto creare la donna da un osso del cranio dell’uomo perché essa non gli sia superiore, né ha voluto crearla da un osso del suo piede, perché l’uomo non la domini, ma l’ha creata dal suo fianco affinché le sia sempre al pari.
Però, perché li ha fatti diversi? Sarebbe stato più semplice fare uguaglianza fra uguali no? Ma che religione complicata la nostra… si vuole affermare l’uguaglianza con la diversità.
In effetti, se tutti fossimo uguali non ci sarebbe uguaglianza perché non esisterebbe qualcosa che ci faccia intendere il diverso!
È una bella sfida fare uguaglianza fra diversi.
Ora capisco perché il mio amico Angelo costretto alla sedia a rotelle, che ci vede quasi niente e ci sente ancora meno ha diritto di venire a scuola con me, nella mia classe. Sarebbe più facile per noi se non ci fosse, impareremmo le cose più in fretta, la maestra ci darebbe più retta perché non avrebbe da pensare al nasino di Angelo che cola dal raffreddore. Ma quanto sarebbe triste la classe senza Angelo, senza i suoi gridolini che ci fanno sorridere, senza i suoi piccoli movimenti compiuti bene che ci sorprendono e ci fanno scoppiare in applausi e grida di gioia.
Meno male che c’è Angelo, meno male che nascono tanti bambini come me e come lui così che tutti possiamo avere queste belle esperienze.
Che noia sarebbe un mondo di biondi con gli occhi azzurri, di alti un metro e ottanta, di super intelligenti che non riescono a vincere una gara perché dove arriva uno là arrivano tutti.
Che brutto sarebbe un mondo dove non si possa prendere nemmeno un raffreddore e godere delle cure della mamma nel calduccio del proprio letto! Spero che all’uomo non salti mai in mente di inventare un modo per farci tutti uguali, belli, invincibili, avremmo perso la cosa più bella: la diversità.
- Toch!
- Ancora, ma che male!
- Vuoi rimanere inginocchiato per sempre? Alzati, la messa è finita!
Beh meno male che c’è don Pierino che mi sveglia, altrimenti sai che noia star qui, sempre a pensare…!?
Anche le parole sono inquinate
- Ciccio sei pronto all’interrogazione?
- Ma è proprio necessario don Pierino?
- Se vuoi essere un buon chierichetto devi dimostrare la tua preparazione. Aspettami qui un attimo… devo sbrigare una faccenda e sono subito da te!
- Ok!
Oggi devo parlargli sul significato della parola “laico”.
Ho studiato che questa parola è vecchia più della Chiesa; viene dalla lingua antica dei greci, laòs credo, e significa … “ popolo”.
Dall’antichità si è inteso per laico chiunque appartenga alla Chiesa attraverso il Battesimo. Il laico è l’uomo impegnato nel mondo, che si adopera con tutte le sue capacità per diffondere il messaggio d’amore che Gesù ci ha lasciato. Il laico si impegna nel lavoro, nella scuola, nelle fabbriche, insomma, il laico è l’uomo che nel mondo ha tanto da fare…
Che bello sarebbe se tutti capissero la gioia di appartenere alla Chiesa, ma purtroppo non è così.
Non vi nascondo che ultimamente ci sto capendo sempre meno. È vabbe’ che sono solo un chierichetto, ma perché politici, scienziati, uomini di grande cultura, oggi sbandierano a tutti la loro volontà di essere laici? Pensano forse che professarsi cristiani serva per ottenere più voti?
Io, da buon cristiano, non ci vedo proprio nulla di nuovo ed eclatante! Ma c’è qualcuno che vuole ritornare alla religione di Stato? C’è qualcuno che predica lo Stato non laico?Sarà che l’anti-laico appartenga a qualche cosca segreta?
Mi piace molto quel signore un po’ buffo, grassottello, che ha un vocione scuro scuro, e fa’ tanti digiuni… come lo invidio!
In questa quaresima io sono riuscito a digiunare solo per un giorno e lui… digiuno dal cibo per giorni e giorni, e poi anche digiuno dal bere… è davvero un santo! Lui è uno dei più sfegatati che grida allo Stato laico e quando parla, io mi infervoro con lui … “sì , sì dai, diffondiamo il Vangelo in tutta l’Italia” grido alla TV.
Mamma dice che lui non patteggia per il popolo di Dio. Allora, per quale popolo tifa?
Ho studiato a scuola che in tutta la Costituzione italiana non esiste la parola “laicità”!
Ma siamo impazziti?Tutte le democrazie del mondo, le più moderne, hanno fatto dello Stato laico la loro bandiera e l’Italia è l’unica che nei suoi principi non afferma la sua laicità?
La sapevano lunga quelli della costituente, che miravano alla fondazione di una Nazione che possa essere unita al di là della appartenenza religiosa; loro hanno preferito affermare la libertà di religione, l’indipendenza dello Stato dal “laòs di Dio”, la Chiesa, governando nell’uguaglianza e nel rispetto della libertà di tutti. Ognuno ha il diritto di poter dire la sua nel nostro Stato, ognuno può scegliere se, aderire con tutto se stesso al messaggio di Gesù adeguandosi ai valori a cui la Chiesa richiama continuamente, oppure seguire l’illuminazione del Buddha, o la rivelazione di Maometto.
Boh!? Forse forse non è male un Paese così, io sarei libero di andare a Messa, la mia amica Myriam potrebbe indossare il velo senza che nessuno la prenda in giro e Azaria, il nuovo arrivato da Israele, potrebbe essere aiutato a vivere serenamente lo shabbat. Bello sarebbe uno Stato che, invece di rubare a noi cristiani il titolo di Laico, popolo eletto dal Signore, si impegni affinché in tutto il mondo ognuno possa pregare, ringraziare e gioire per il Dio che dà la vita. Liberamente, davanti a tutti, senza il pericolo di essere punito, incarcerato, ammazzato…
Che grande valore cristiano è la libertà religiosa!
Oh mamma, eccolo! Don Pierino… speriamo di aver ripetuto bene…!
- Ciccio vieni?
- devo proprio …
- Sì…, forza che ho tanto da fare!
- Ma è proprio necessario don Pierino?
- Se vuoi essere un buon chierichetto devi dimostrare la tua preparazione. Aspettami qui un attimo… devo sbrigare una faccenda e sono subito da te!
- Ok!
Oggi devo parlargli sul significato della parola “laico”.
Ho studiato che questa parola è vecchia più della Chiesa; viene dalla lingua antica dei greci, laòs credo, e significa … “ popolo”.
Dall’antichità si è inteso per laico chiunque appartenga alla Chiesa attraverso il Battesimo. Il laico è l’uomo impegnato nel mondo, che si adopera con tutte le sue capacità per diffondere il messaggio d’amore che Gesù ci ha lasciato. Il laico si impegna nel lavoro, nella scuola, nelle fabbriche, insomma, il laico è l’uomo che nel mondo ha tanto da fare…
Che bello sarebbe se tutti capissero la gioia di appartenere alla Chiesa, ma purtroppo non è così.
Non vi nascondo che ultimamente ci sto capendo sempre meno. È vabbe’ che sono solo un chierichetto, ma perché politici, scienziati, uomini di grande cultura, oggi sbandierano a tutti la loro volontà di essere laici? Pensano forse che professarsi cristiani serva per ottenere più voti?
Io, da buon cristiano, non ci vedo proprio nulla di nuovo ed eclatante! Ma c’è qualcuno che vuole ritornare alla religione di Stato? C’è qualcuno che predica lo Stato non laico?Sarà che l’anti-laico appartenga a qualche cosca segreta?
Mi piace molto quel signore un po’ buffo, grassottello, che ha un vocione scuro scuro, e fa’ tanti digiuni… come lo invidio!
In questa quaresima io sono riuscito a digiunare solo per un giorno e lui… digiuno dal cibo per giorni e giorni, e poi anche digiuno dal bere… è davvero un santo! Lui è uno dei più sfegatati che grida allo Stato laico e quando parla, io mi infervoro con lui … “sì , sì dai, diffondiamo il Vangelo in tutta l’Italia” grido alla TV.
Mamma dice che lui non patteggia per il popolo di Dio. Allora, per quale popolo tifa?
Ho studiato a scuola che in tutta la Costituzione italiana non esiste la parola “laicità”!
Ma siamo impazziti?Tutte le democrazie del mondo, le più moderne, hanno fatto dello Stato laico la loro bandiera e l’Italia è l’unica che nei suoi principi non afferma la sua laicità?
La sapevano lunga quelli della costituente, che miravano alla fondazione di una Nazione che possa essere unita al di là della appartenenza religiosa; loro hanno preferito affermare la libertà di religione, l’indipendenza dello Stato dal “laòs di Dio”, la Chiesa, governando nell’uguaglianza e nel rispetto della libertà di tutti. Ognuno ha il diritto di poter dire la sua nel nostro Stato, ognuno può scegliere se, aderire con tutto se stesso al messaggio di Gesù adeguandosi ai valori a cui la Chiesa richiama continuamente, oppure seguire l’illuminazione del Buddha, o la rivelazione di Maometto.
Boh!? Forse forse non è male un Paese così, io sarei libero di andare a Messa, la mia amica Myriam potrebbe indossare il velo senza che nessuno la prenda in giro e Azaria, il nuovo arrivato da Israele, potrebbe essere aiutato a vivere serenamente lo shabbat. Bello sarebbe uno Stato che, invece di rubare a noi cristiani il titolo di Laico, popolo eletto dal Signore, si impegni affinché in tutto il mondo ognuno possa pregare, ringraziare e gioire per il Dio che dà la vita. Liberamente, davanti a tutti, senza il pericolo di essere punito, incarcerato, ammazzato…
Che grande valore cristiano è la libertà religiosa!
Oh mamma, eccolo! Don Pierino… speriamo di aver ripetuto bene…!
- Ciccio vieni?
- devo proprio …
- Sì…, forza che ho tanto da fare!
dal buio alla luce
La pasquetta mi piace proprio tanto! È un giorno spensierato dove posso stare a casa e fare tutto quello che mi pare.
Non c’è da andare a messa, non ci sono visite da fare, ma semplicemente godermi in panciolle un po’ di TV.
Beh, zac….zac….zac… non mi pare che ci sia poi molto! Tribuna politica da una parte, comizio dall’altro, intervista a destra, talk show a sinistra… ci voleva la campagna elettorale per rovinarmi la festa!
Mi dico, questi signori che fanno a gara per governarci, come mai dopo aver detto le cose più belle che si potessero dire, arrivati a comandare, fanno il contrario di quello che hanno detto? Certo, io non sono sicuro di quanto dico, ma a sentire papà il suo stipendio diventa più piccolo e lui lavora sempre di più. Mamma, invece, si lamenta perché i soldi per la spesa non le bastano mai. Zio invece, le studia tutte su come evadere le tasse! Insomma, se tutti si lamentano la colpa di qualcuno sarà! “Povera Italia!” dice sempre il nonno “la vedo nera!”, e mi sa che ha proprio ragione!
Tutto ciò mi ricorda quanto ho vissuto nella scorsa veglia pasquale.
Eravamo pronti per iniziare, don Pierino come al solito fa cenno a Vito di spegnere le luci (Spegni tutto!) e Vito con il suo zelo profondo, spegne tutto, ma proprio tutto!!!
Io gioco sempre ad arricciare il naso e in quel mentre, non riuscivo nemmeno a vedermelo più!!
- Andiamo andiamo…. È tardi!
- Don Pierino, ma qui non si vede nulla!
- Forza Ciccio, sbrigati e non reclamare!
Non è che volessi reclamare ma…, la vedo nera! Iniziamo a sfilare fuori dalla sacrestia con estrema difficoltà, ma il meglio è venuto quando ad uscire è toccato a don Pierino.
- Ragazzi, aiutatemi, non vedo nulla…è buio…
- Io l’avevo detto!
- Spicciati Ciccio e aiutami!
Che situazione comica, eravamo in quattro ad aiutare don Pierino per fare quei pochi gradini che ci avrebbero condotti alla porta. Il buio sembrava regnare, e quando siamo giunti davanti al fuoco non ho potuto fare a meno di tirare un sospiro di sollievo, fosse solo per il fatto di essermi scrollato don Pierino di dosso!
Accendiamo il cero pasquale e ci avviamo verso la chiesa…
- Io accompagno il diacono con il cero!
Certo, mica sono sciocco, camminando appresso al cero ci avrei visto bene e soprattutto non avrei dovuto far più da bastone a quell’antipaticone del don.
Quando siamo entrati nella chiesa non vedevo niente se non la flebile luce del cero. Il diacono accende dal cero una candela per me invitandomi a passare la fiamma ad altri fedeli.
-Fai attenzione! Non è una cosa complicata, ma richiede impegno e un piccolo sforzo.
Dopo di ché tutti hanno iniziato ad attingere alla luce con le proprio candele, e in men che non si dica...la chiesa risplendeva.
Una flebile luce è divagata per la chiesa e ognuno, soltanto mantenendo la propria piccola candela (con molta attenzione!!), contribuiva a fare luce. Mi sono sentito confortato, riscaldato, guidato da quella luce….la luce di Cristo! Anche se non nascondo che in tanta ammirazione stavo facendo colare la cera sul vestito del diacono!
Forse è quello che serve alla “povera Italia”. Proprio così, serve che ognuno non faccia grandi promesse, non sbandieri impegni faraonici, ma si prodighi nel fare bene il proprio dovere, nell’occupare con diligenza il proprio posto. Dal Presidente fino a d arrivare a mio zio, tutti al proprio posto a svolgere i propri doveri! Aiutandoci vicendevolmente potremmo risollevare la nostra nazione che brancola nel buio e condurla pian piano verso la stabilità. Io poi, sono un cristiano, e come tale devo dare l’esempio, passare agli altri la luce che a mia volta ho ricevuto.
Non però come ha fatto Tommy. Che ha fatto?
Nella sua foga di passare la fiamma di qua e di là stava per dare fuoco al cappotto di una vecchietta. Io glie l’avevo detto che non era la festa della Befana!
Non c’è da andare a messa, non ci sono visite da fare, ma semplicemente godermi in panciolle un po’ di TV.
Beh, zac….zac….zac… non mi pare che ci sia poi molto! Tribuna politica da una parte, comizio dall’altro, intervista a destra, talk show a sinistra… ci voleva la campagna elettorale per rovinarmi la festa!
Mi dico, questi signori che fanno a gara per governarci, come mai dopo aver detto le cose più belle che si potessero dire, arrivati a comandare, fanno il contrario di quello che hanno detto? Certo, io non sono sicuro di quanto dico, ma a sentire papà il suo stipendio diventa più piccolo e lui lavora sempre di più. Mamma, invece, si lamenta perché i soldi per la spesa non le bastano mai. Zio invece, le studia tutte su come evadere le tasse! Insomma, se tutti si lamentano la colpa di qualcuno sarà! “Povera Italia!” dice sempre il nonno “la vedo nera!”, e mi sa che ha proprio ragione!
Tutto ciò mi ricorda quanto ho vissuto nella scorsa veglia pasquale.
Eravamo pronti per iniziare, don Pierino come al solito fa cenno a Vito di spegnere le luci (Spegni tutto!) e Vito con il suo zelo profondo, spegne tutto, ma proprio tutto!!!
Io gioco sempre ad arricciare il naso e in quel mentre, non riuscivo nemmeno a vedermelo più!!
- Andiamo andiamo…. È tardi!
- Don Pierino, ma qui non si vede nulla!
- Forza Ciccio, sbrigati e non reclamare!
Non è che volessi reclamare ma…, la vedo nera! Iniziamo a sfilare fuori dalla sacrestia con estrema difficoltà, ma il meglio è venuto quando ad uscire è toccato a don Pierino.
- Ragazzi, aiutatemi, non vedo nulla…è buio…
- Io l’avevo detto!
- Spicciati Ciccio e aiutami!
Che situazione comica, eravamo in quattro ad aiutare don Pierino per fare quei pochi gradini che ci avrebbero condotti alla porta. Il buio sembrava regnare, e quando siamo giunti davanti al fuoco non ho potuto fare a meno di tirare un sospiro di sollievo, fosse solo per il fatto di essermi scrollato don Pierino di dosso!
Accendiamo il cero pasquale e ci avviamo verso la chiesa…
- Io accompagno il diacono con il cero!
Certo, mica sono sciocco, camminando appresso al cero ci avrei visto bene e soprattutto non avrei dovuto far più da bastone a quell’antipaticone del don.
Quando siamo entrati nella chiesa non vedevo niente se non la flebile luce del cero. Il diacono accende dal cero una candela per me invitandomi a passare la fiamma ad altri fedeli.
-Fai attenzione! Non è una cosa complicata, ma richiede impegno e un piccolo sforzo.
Dopo di ché tutti hanno iniziato ad attingere alla luce con le proprio candele, e in men che non si dica...la chiesa risplendeva.
Una flebile luce è divagata per la chiesa e ognuno, soltanto mantenendo la propria piccola candela (con molta attenzione!!), contribuiva a fare luce. Mi sono sentito confortato, riscaldato, guidato da quella luce….la luce di Cristo! Anche se non nascondo che in tanta ammirazione stavo facendo colare la cera sul vestito del diacono!
Forse è quello che serve alla “povera Italia”. Proprio così, serve che ognuno non faccia grandi promesse, non sbandieri impegni faraonici, ma si prodighi nel fare bene il proprio dovere, nell’occupare con diligenza il proprio posto. Dal Presidente fino a d arrivare a mio zio, tutti al proprio posto a svolgere i propri doveri! Aiutandoci vicendevolmente potremmo risollevare la nostra nazione che brancola nel buio e condurla pian piano verso la stabilità. Io poi, sono un cristiano, e come tale devo dare l’esempio, passare agli altri la luce che a mia volta ho ricevuto.
Non però come ha fatto Tommy. Che ha fatto?
Nella sua foga di passare la fiamma di qua e di là stava per dare fuoco al cappotto di una vecchietta. Io glie l’avevo detto che non era la festa della Befana!
Santificare le feste
La domenica bisogna andare a Messa perché è precetto. Sapete che noia sentirsi dire e ridere: tu devi andare a Messa!
Quando don Pierino nelle sue prediche parla del “dovere” nel partecipare alla messa domenicale, cita come riferimento sempre il comandamento di Mosè: Ricordati di santificare le feste.
Io mi chiedo sempre se “santificare” coincida con “dovere”.
Far divenire santo, qualcosa che santo non è…credo sia questo il significato di santi-ficare. E come si fa? Basta andare a messa per santificare una giornata?
Ehi, guarda un po’ chi arriva…
- Ciao Tommy, dove stai andando?
- Sto tornando a casa.
- Dove sei stato?
- A messa e…sai che noia. Il don parlava, parlava e parlava, e io scambiavo figurine con i compagni.
- Hai santificato la tua domenica allora!
- Che ne so, so solo che nello scambio di figurine non ne ho guadagnata nemmeno una che me ne importasse! Beh, ora vado…ciao!
- Ciao, ci vediamo!
Già, non basta “andare” a messa per santificare le feste. Qui però bisognerà capirci qualche cosa con il significato della parola santo.
Ecco ora ricordo! Don Pierino ci ha spiegato una volta che “santo” deriva dall’ebraico e significa “Separazione da...” e in tutta il Testamento Ebraico è riferito soprattutto a Dio.
Ora è tutto chiaro!! Santificare non significa far diventare tutti più buoni, fare miracoli, non significa cancellare la cattiveria dalla faccia della terra, ma vuol dire capire da che parte stare.
Già, il santo non è un uomo che sta con tutti, che non prende mai posizione su nessuno o su niente. Egli è l’essere umano che dichiara a voce alta le sue idee, è uno che sa schierarsi anche a prezzo di rimetterci la faccia.
Per santificare la mia domenica io non dovrò solo “andare” a messa, ma dovrò imparare a dire e a fare tutto ciò in cui credo. Ora vado e glie lo dico pure a don Pierino...o no, forse e meglio di no. Mi sa che è meglio che vada da Tommy a scambiare figurine!!!
Quando don Pierino nelle sue prediche parla del “dovere” nel partecipare alla messa domenicale, cita come riferimento sempre il comandamento di Mosè: Ricordati di santificare le feste.
Io mi chiedo sempre se “santificare” coincida con “dovere”.
Far divenire santo, qualcosa che santo non è…credo sia questo il significato di santi-ficare. E come si fa? Basta andare a messa per santificare una giornata?
Ehi, guarda un po’ chi arriva…
- Ciao Tommy, dove stai andando?
- Sto tornando a casa.
- Dove sei stato?
- A messa e…sai che noia. Il don parlava, parlava e parlava, e io scambiavo figurine con i compagni.
- Hai santificato la tua domenica allora!
- Che ne so, so solo che nello scambio di figurine non ne ho guadagnata nemmeno una che me ne importasse! Beh, ora vado…ciao!
- Ciao, ci vediamo!
Già, non basta “andare” a messa per santificare le feste. Qui però bisognerà capirci qualche cosa con il significato della parola santo.
Ecco ora ricordo! Don Pierino ci ha spiegato una volta che “santo” deriva dall’ebraico e significa “Separazione da...” e in tutta il Testamento Ebraico è riferito soprattutto a Dio.
Ora è tutto chiaro!! Santificare non significa far diventare tutti più buoni, fare miracoli, non significa cancellare la cattiveria dalla faccia della terra, ma vuol dire capire da che parte stare.
Già, il santo non è un uomo che sta con tutti, che non prende mai posizione su nessuno o su niente. Egli è l’essere umano che dichiara a voce alta le sue idee, è uno che sa schierarsi anche a prezzo di rimetterci la faccia.
Per santificare la mia domenica io non dovrò solo “andare” a messa, ma dovrò imparare a dire e a fare tutto ciò in cui credo. Ora vado e glie lo dico pure a don Pierino...o no, forse e meglio di no. Mi sa che è meglio che vada da Tommy a scambiare figurine!!!
a proposito di crisi economica
Devo dire che le lezioni di lingua antica sono sempre ricche di numerose sorprese. Conoscendo il greco o il latino, tantissime cose della nostra vita quotidiana diventano più chiare e assumono una nuova luce.
È sotto gli occhi di tutti il declino economico che sta sconvolgendo gli equilibri nazionali e internazionali. Sembra che tutto vada a rotoli, i prezzi dei beni necessari aumentano all’impazzata e… i poveri aumentano sempre di più.
Ehm… “economia”, ma che significa?
Don Pierino usa spesso questa parola nelle sue prediche, ma quando lo fa’, accresce in me la confusione! <>, oppure <> e così via.
Non sarà che anche quel tipo di economia vada in declino? A giudicare gli indici di ascolto delle sue prediche, credo proprio di sì!
Il vocabolario di lingua greca potrebbe essermi di aiuto.
Economia deriva dalla parola “Oikonòmia” parola composta da oikos (casa) e nòmos (legge).
Perciò il risultato sarà “legge della casa”, intesa come capacità di reggere e governare la casa, in un certo senso, di amministrarla.
Secondo voi, è possibile che un termine così rassicurante sia diventato oggi l’incubo di tutti gli Stati del modo?
In realtà da quando esistono le case allargate (masserie, aziende, Stati) sono entrate anche le ingiustizie sociali.
L’oikonomia è l’arte della vita condotta decorosamente, in armonia con il creato, dove il fine che si persegue è la felicità. La nostra economia invece, ha come fine il profitto, che non necessariamente coincide con la felicità di tutti. Il profitto come fine della propria esistenza si scontra con il principio di libertà.
Certamente, perché se devo incrementare il mio profitto, provoco la diminuzione del profitto altrui. Così, da perseguire nella libertà il mio fine posso giungere a negare il profitto ad un altro e come tale, lo posso ridurre in povertà.
Io investo a più non posso, e un altro, magari africano, non mangia per tre giorni.
Oikonomia della salvezza non sarà più credibile…può salvarmi qualcosa che può anche uccidermi?
Forse è giunto il momento d’ iniziare a pesare bene le parole. Vogliamo segliere l’economia intesa come perseguimento di un profitto sempre maggiore, da guinness dei primati oppure l’ oikonòmia è finalizzata a costruirmi una esistenza felice, dove possa avere un tetto sotto cui dormire, del cibo per sfamarmi e dei vestiti per vestirmi, dove posso intessere relazioni con gli altri?
Anche in questa scelta entra la mia libertà, però attenti: non derubiamo gli altri della propia libertà a causa delle nostre decisioni!
È sotto gli occhi di tutti il declino economico che sta sconvolgendo gli equilibri nazionali e internazionali. Sembra che tutto vada a rotoli, i prezzi dei beni necessari aumentano all’impazzata e… i poveri aumentano sempre di più.
Ehm… “economia”, ma che significa?
Don Pierino usa spesso questa parola nelle sue prediche, ma quando lo fa’, accresce in me la confusione! <
Non sarà che anche quel tipo di economia vada in declino? A giudicare gli indici di ascolto delle sue prediche, credo proprio di sì!
Il vocabolario di lingua greca potrebbe essermi di aiuto.
Economia deriva dalla parola “Oikonòmia” parola composta da oikos (casa) e nòmos (legge).
Perciò il risultato sarà “legge della casa”, intesa come capacità di reggere e governare la casa, in un certo senso, di amministrarla.
Secondo voi, è possibile che un termine così rassicurante sia diventato oggi l’incubo di tutti gli Stati del modo?
In realtà da quando esistono le case allargate (masserie, aziende, Stati) sono entrate anche le ingiustizie sociali.
L’oikonomia è l’arte della vita condotta decorosamente, in armonia con il creato, dove il fine che si persegue è la felicità. La nostra economia invece, ha come fine il profitto, che non necessariamente coincide con la felicità di tutti. Il profitto come fine della propria esistenza si scontra con il principio di libertà.
Certamente, perché se devo incrementare il mio profitto, provoco la diminuzione del profitto altrui. Così, da perseguire nella libertà il mio fine posso giungere a negare il profitto ad un altro e come tale, lo posso ridurre in povertà.
Io investo a più non posso, e un altro, magari africano, non mangia per tre giorni.
Oikonomia della salvezza non sarà più credibile…può salvarmi qualcosa che può anche uccidermi?
Forse è giunto il momento d’ iniziare a pesare bene le parole. Vogliamo segliere l’economia intesa come perseguimento di un profitto sempre maggiore, da guinness dei primati oppure l’ oikonòmia è finalizzata a costruirmi una esistenza felice, dove possa avere un tetto sotto cui dormire, del cibo per sfamarmi e dei vestiti per vestirmi, dove posso intessere relazioni con gli altri?
Anche in questa scelta entra la mia libertà, però attenti: non derubiamo gli altri della propia libertà a causa delle nostre decisioni!
Il riposo
- Ciccio, hai rifatto il letto?
- No mamma, lo faccio tra un po’!
- E i compiti, li hai terminati?
- Mi manca solo da finire il disegno di Religione!
- Guarda che è quasi ora di pranzo e devi apparecchiare la tavola!
- Uffa, mamma, ma oggi è domenica! È o no riposo anche per me?
Io non capisco perché la domenica si approfitti sempre del fatto che sono a casa! Ciccio fai quello, Ciccio, fai quell’altro. Ma perché i grandi tirano fuori i Comandamenti solo quando fa’ comodo a loro? Se lo ricordano come continua il comandamento “ricordati di santificare le feste”? “sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è di riposo”.
Sono consapevole che ci sono degli impegni che comunque bisogna adempiere anche di domenica… per esempio lavarsi, preparare il cibo, mangiare… ma poi basta! Ci accaniamo sempre tanto contro la religione, eppure ci dà così buoni consigli! Voi ve lo immaginate Dio tutto intento a fare disfare quell’Adamo dalla terra? Prima gli veniva con quattro braccia e senza gambe, poi con tre bocche e senza testa… alla fine, fai e disfai, gli è saltato fuori quello lì. Sì quel tipo alto, muscoloso e biondino con gli occhi azzurri…! Ma va là?? Secondo me lo rappresentano sempre così perché non ammettono che pure Dio si sia stancato e nella stanchezza qualche granchio l’avrà pur preso!
Con il riposo no! Lì ci ha visto giusto sin dal primo momento! Lo dico sempre a papà: “oggi rimani a casa con me, gioca, aiutami a fare il letto, ad apparecchiare la tavola…” ma lui ha sempre da lavorare e da correre. E mamma poi? Lava e stira tutta la settimana e sembra che la domenica faccia più di prima!
Il riposo, che è un comandamento di Dio, è il momento più creativo di tutta la settimana, è l’occasione per rimettere a posto i pensieri che ci frullano nella testa e a cui non prestiamo ascolto nel lavoro settimanale, è il tempo di rinsaldare e coltivare le relazioni tra le persone.
Insomma, Dio, che per definizione è onnisciente, onnipotente, infinito, lui si è riposato, cioè si è dato la possibilità di rinvigorirsi nuovamente e noi? E la nostra società? Essa corre nella frenesia delle attività economiche, nell’irrequietezza delle informazioni, nell’immediatezza della comunicazione dimentica di ciò che di più sano c’è nell’uomo: la capacità di godersi la propria esistenza.
Anche io mi voglio godere il mio esistere!
- No mamma, lo faccio tra un po’!
- E i compiti, li hai terminati?
- Mi manca solo da finire il disegno di Religione!
- Guarda che è quasi ora di pranzo e devi apparecchiare la tavola!
- Uffa, mamma, ma oggi è domenica! È o no riposo anche per me?
Io non capisco perché la domenica si approfitti sempre del fatto che sono a casa! Ciccio fai quello, Ciccio, fai quell’altro. Ma perché i grandi tirano fuori i Comandamenti solo quando fa’ comodo a loro? Se lo ricordano come continua il comandamento “ricordati di santificare le feste”? “sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è di riposo”.
Sono consapevole che ci sono degli impegni che comunque bisogna adempiere anche di domenica… per esempio lavarsi, preparare il cibo, mangiare… ma poi basta! Ci accaniamo sempre tanto contro la religione, eppure ci dà così buoni consigli! Voi ve lo immaginate Dio tutto intento a fare disfare quell’Adamo dalla terra? Prima gli veniva con quattro braccia e senza gambe, poi con tre bocche e senza testa… alla fine, fai e disfai, gli è saltato fuori quello lì. Sì quel tipo alto, muscoloso e biondino con gli occhi azzurri…! Ma va là?? Secondo me lo rappresentano sempre così perché non ammettono che pure Dio si sia stancato e nella stanchezza qualche granchio l’avrà pur preso!
Con il riposo no! Lì ci ha visto giusto sin dal primo momento! Lo dico sempre a papà: “oggi rimani a casa con me, gioca, aiutami a fare il letto, ad apparecchiare la tavola…” ma lui ha sempre da lavorare e da correre. E mamma poi? Lava e stira tutta la settimana e sembra che la domenica faccia più di prima!
Il riposo, che è un comandamento di Dio, è il momento più creativo di tutta la settimana, è l’occasione per rimettere a posto i pensieri che ci frullano nella testa e a cui non prestiamo ascolto nel lavoro settimanale, è il tempo di rinsaldare e coltivare le relazioni tra le persone.
Insomma, Dio, che per definizione è onnisciente, onnipotente, infinito, lui si è riposato, cioè si è dato la possibilità di rinvigorirsi nuovamente e noi? E la nostra società? Essa corre nella frenesia delle attività economiche, nell’irrequietezza delle informazioni, nell’immediatezza della comunicazione dimentica di ciò che di più sano c’è nell’uomo: la capacità di godersi la propria esistenza.
Anche io mi voglio godere il mio esistere!
Prima di tutto la verità
Basta accendere per qualche minuto la TV per sentire parlare di un conflitto d’interesse che cattura ancora poche attenzioni nel mondo culturale e politico.
C’è chi dice di avere la libertà di poter fare intercettazioni telefoniche al fine di garantire il decorso delle indagini; altri che dicono di avere il diritto della privacy. C’è chi dice di avere il diritto di parlare di aborto od eutanasia, chi invece, afferma il proprio diritto di poter decidere se mettere al mondo un figlio o farla finita con atroci sofferenze che riducono ad uno stato di vita vegetativo.
Ognuno afferma un proprio diritto e questo è normale, siamo o no appartenenti ad uno “Stato di diritto”? Qualcuno penserà che ora propinerò la solita tiri-tera sull’equilibrio fra diritto e dovere. Già è quello che diciamo tutti, anche don Pierino me lo ribadisce sempre <> che barba questo solito ritornello!
Io credo invece, che la base del diritto stia proprio nella libertà. Nel mento in cui mi approprio della mia libertà sarò capace di compiere il mio bene rispettando il bene degli altri, già perché la libertà mia è garante della libertà di chi mi sta accanto. Così come anche chi mi sta accanto è il primo garante della mia libertà. Il diritto ed il dovere nascono da questo rapporto di garanzia riguardo la libertà dei singoli individui, sono chiari paletti che evidenziano il percorso che compie il libero agire di ciascun cittadino.
La libertà prima, in uno Stato democratico, è la libertà di parola. Io sono libero di dire ciò che penso, di affermarlo in pubblico o per iscritto, io sono libero di dare voce al mio pensiero anche se esso possa essere discordante con il pensiero di altri che mi circondano.
Posso avvallare tesi come posso criticarle. Ma anche qui c’è un limite, che non è dato da quello che posso o non posso dire, ma dalla verità di ciò che dico. Allora esiste un principio più alto della libertà: la verità.
Già perché la mia libertà di parola si affianca alla libertà di non ascoltare. Solo quando ognuno si cimenta nel dimostrare il pensiero personale e nel porlo in discussione con altre menti pensanti che si può garantire una ricerca autentica della verità.
Ben vengano uomini a favore dell’aborto, dell’eutanasia, dei D.I.C.O., ma che ci siano anche coloro che contrastano la dolce morte, persone che dicano con chiarezza il loro sì alla vita, persone che difendano i valori della famiglia naturale. Dal Presidente della Repubblica al sindaco di Canicattì, dal Papa a don Pierino, che a tutti venga assicurata la libertà di dire ciò che pensano, perché se vogliamo continuare ad essere liberi, dobbiamo assicurarci di essere nella “Verità”.
C’è chi dice di avere la libertà di poter fare intercettazioni telefoniche al fine di garantire il decorso delle indagini; altri che dicono di avere il diritto della privacy. C’è chi dice di avere il diritto di parlare di aborto od eutanasia, chi invece, afferma il proprio diritto di poter decidere se mettere al mondo un figlio o farla finita con atroci sofferenze che riducono ad uno stato di vita vegetativo.
Ognuno afferma un proprio diritto e questo è normale, siamo o no appartenenti ad uno “Stato di diritto”? Qualcuno penserà che ora propinerò la solita tiri-tera sull’equilibrio fra diritto e dovere. Già è quello che diciamo tutti, anche don Pierino me lo ribadisce sempre <
Io credo invece, che la base del diritto stia proprio nella libertà. Nel mento in cui mi approprio della mia libertà sarò capace di compiere il mio bene rispettando il bene degli altri, già perché la libertà mia è garante della libertà di chi mi sta accanto. Così come anche chi mi sta accanto è il primo garante della mia libertà. Il diritto ed il dovere nascono da questo rapporto di garanzia riguardo la libertà dei singoli individui, sono chiari paletti che evidenziano il percorso che compie il libero agire di ciascun cittadino.
La libertà prima, in uno Stato democratico, è la libertà di parola. Io sono libero di dire ciò che penso, di affermarlo in pubblico o per iscritto, io sono libero di dare voce al mio pensiero anche se esso possa essere discordante con il pensiero di altri che mi circondano.
Posso avvallare tesi come posso criticarle. Ma anche qui c’è un limite, che non è dato da quello che posso o non posso dire, ma dalla verità di ciò che dico. Allora esiste un principio più alto della libertà: la verità.
Già perché la mia libertà di parola si affianca alla libertà di non ascoltare. Solo quando ognuno si cimenta nel dimostrare il pensiero personale e nel porlo in discussione con altre menti pensanti che si può garantire una ricerca autentica della verità.
Ben vengano uomini a favore dell’aborto, dell’eutanasia, dei D.I.C.O., ma che ci siano anche coloro che contrastano la dolce morte, persone che dicano con chiarezza il loro sì alla vita, persone che difendano i valori della famiglia naturale. Dal Presidente della Repubblica al sindaco di Canicattì, dal Papa a don Pierino, che a tutti venga assicurata la libertà di dire ciò che pensano, perché se vogliamo continuare ad essere liberi, dobbiamo assicurarci di essere nella “Verità”.
Ma che significa "relazione"?
Che volete, sarà per la fissa che mi ha infuso don Pierino, ma ogni volta che mi ritrovo davanti ad una parola che mi intriga, subito corro a cercarne l’origine etimologica. Così non posso fare a meno di notare che, “relazione”, la parola con la quale noi indichiamo lo stare insieme tra persone ha in sé anche il significato di restituire ciò che si è ricevuto oppure di portare.
Quando delle persone tessono delle relazioni metto in atto dinamiche che possono sembrare banali, ma che in realtà impegnano tutto l’essere umano sin nel suo profondo.
Offrire il proprio tempo, esporre il pensiero che ci frulla in testa, condividere l’evento gioioso, cercare consolazione nelle difficoltà, prestare compagnia… sono tutte azioni che esprimono una relazione fra persone, ma se li osserviamo a fondo intendono un dare e a propria volta un ricevere.
Ora che ci penso, capisco perché quando sto per un po’ con don Pierino mi scoccio! Eh già! Lui crede di dovermi sempre insegnare qualcosa, di dovermi dare il suo aiuto anche quando io non ne abbisogno, di regalarmi una predica anche quando la mia testa mi duole così tanto da cercare il semplice silenzio… e quando io voglio raccontargli qualcosa, quando voglio spiegargli come si usa il telefonino, quando voglio sapere da lui un parere sull’allenatore della Nazionale allora lui non ha tempo da perdere con le mie bazzecole.
Non ci può essere relazione fra persone se entrambe non si impegnano nel dare e nel ricevere.
Se qualcuno crede che sia sempre l’altro ad avere bisogno e che lui è sufficiente a tal punto da non dover ricevere nulla, non creerà mai relazioni sane. Viceversa, chiunque crede di non aver nulla da donare all’altro come può pretendere di incontrare un super eroe che ha tutto da dare e nulla da ricevere?
La relazione richiede disponibilità assoluta nel dare e nel ricevere in gratuità.
Come non pensare quindi, ai tanti litigi fra amici? O alle fallimentari azioni educative tra genitori e figli, insegnati e alunni? Come non pensare ai tanti matrimoni che si rompono?
Se stiamo attenti scopriremo che quando tra persone sorgono problemi sotto sotto c’è un dono mancato o un’accoglienza negata.
Quando delle persone tessono delle relazioni metto in atto dinamiche che possono sembrare banali, ma che in realtà impegnano tutto l’essere umano sin nel suo profondo.
Offrire il proprio tempo, esporre il pensiero che ci frulla in testa, condividere l’evento gioioso, cercare consolazione nelle difficoltà, prestare compagnia… sono tutte azioni che esprimono una relazione fra persone, ma se li osserviamo a fondo intendono un dare e a propria volta un ricevere.
Ora che ci penso, capisco perché quando sto per un po’ con don Pierino mi scoccio! Eh già! Lui crede di dovermi sempre insegnare qualcosa, di dovermi dare il suo aiuto anche quando io non ne abbisogno, di regalarmi una predica anche quando la mia testa mi duole così tanto da cercare il semplice silenzio… e quando io voglio raccontargli qualcosa, quando voglio spiegargli come si usa il telefonino, quando voglio sapere da lui un parere sull’allenatore della Nazionale allora lui non ha tempo da perdere con le mie bazzecole.
Non ci può essere relazione fra persone se entrambe non si impegnano nel dare e nel ricevere.
Se qualcuno crede che sia sempre l’altro ad avere bisogno e che lui è sufficiente a tal punto da non dover ricevere nulla, non creerà mai relazioni sane. Viceversa, chiunque crede di non aver nulla da donare all’altro come può pretendere di incontrare un super eroe che ha tutto da dare e nulla da ricevere?
La relazione richiede disponibilità assoluta nel dare e nel ricevere in gratuità.
Come non pensare quindi, ai tanti litigi fra amici? O alle fallimentari azioni educative tra genitori e figli, insegnati e alunni? Come non pensare ai tanti matrimoni che si rompono?
Se stiamo attenti scopriremo che quando tra persone sorgono problemi sotto sotto c’è un dono mancato o un’accoglienza negata.
a proposito di regali...
Che Natale sarebbe senza regali? Non è possibile pensare questa festa senza organizzare vere e proprie escursioni lungo negozi, grandi magazzini, mercatini, magari alla ricerca del dono più giusto da fare oppure all’offerta più allettante da cogliere al volo.
Spesso ci facciamo guidare dall’utilità del dono, a volte dalla bellezza, altre ancora dai saldi. A volte vorremmo non comprare doni a nessuno però, consci che ne riceveremo dagli altri non possiamo incorrere nel rischio di fare una magra figura nel non avere da contraccambiare.
Da gioia il dono diviene allora un peso, spesso gravoso.
Il dono ha bisogno di un donatore, di qualcuno che offra qualcosa di sé, che gli appartiene, se ne priva per offrirlo ad un altro. Il dono più è grande quanto più supera la barriera del superfluo, più ha valore quanto più è una privazione importante per chi lo dona.
La meraviglia del dono non finisce con il sacrificio di un uomo più o meno generoso ma è una realtà che coinvolge anche il ricevente.
Ricevere un dono è altrettanto impegnativo tanto quanto farlo. Ricevere un dono significa aprire non soltanto le mani per accoglierlo, ma aprire la propria esistenza perché in quell’oggetto esiste una parte di colui che l’ha donato.
Qualcuno pensa che sia da stupidi immischiarsi in queste dinamiche, senza comprenderne la profonda umanità, anzi la sovraumanità che pervade l’esperienza del dono. Già perché se il dono si fermasse nelle mie mani smetterebbe di essere comunicazione del sé e diverrebbe un tutt’uno con il mio io. Appropriarsi di un dono significa decretare la morte dell’altro che viene fagocitato dalla possessione personale.
Come schivare questo rischio? Con un controdono. Il controdono è la risposta commisurata a quanto ricevuto. Dinanzi ad una persona che mi offre parte di sé io rispondo con una parte di mè. Solo se rispondo a questa dinamica il mio controdono sarà commisurato a quanto ricevuto.
Non è importante il prezzo, né il momento del contraccambio, ma quanto di me è presente nel controdono.
È il “do ut des” che troppo spesso demonizziamo senza comprenderlo a fondo. Se capissimo il vero valore del dono ogni Natale sarebbe l’occasione per fare crescere le nostre relazioni, per potenziare la nostra generosità, per appianare litigi e diatribe, per educare al valore della sobrietà.
Il Natale? È la festa del dono per eccellenza: Dio che mi offre il suo figlio Gesù.
Quale sarà il tuo controdono?
Spesso ci facciamo guidare dall’utilità del dono, a volte dalla bellezza, altre ancora dai saldi. A volte vorremmo non comprare doni a nessuno però, consci che ne riceveremo dagli altri non possiamo incorrere nel rischio di fare una magra figura nel non avere da contraccambiare.
Da gioia il dono diviene allora un peso, spesso gravoso.
Il dono ha bisogno di un donatore, di qualcuno che offra qualcosa di sé, che gli appartiene, se ne priva per offrirlo ad un altro. Il dono più è grande quanto più supera la barriera del superfluo, più ha valore quanto più è una privazione importante per chi lo dona.
La meraviglia del dono non finisce con il sacrificio di un uomo più o meno generoso ma è una realtà che coinvolge anche il ricevente.
Ricevere un dono è altrettanto impegnativo tanto quanto farlo. Ricevere un dono significa aprire non soltanto le mani per accoglierlo, ma aprire la propria esistenza perché in quell’oggetto esiste una parte di colui che l’ha donato.
Qualcuno pensa che sia da stupidi immischiarsi in queste dinamiche, senza comprenderne la profonda umanità, anzi la sovraumanità che pervade l’esperienza del dono. Già perché se il dono si fermasse nelle mie mani smetterebbe di essere comunicazione del sé e diverrebbe un tutt’uno con il mio io. Appropriarsi di un dono significa decretare la morte dell’altro che viene fagocitato dalla possessione personale.
Come schivare questo rischio? Con un controdono. Il controdono è la risposta commisurata a quanto ricevuto. Dinanzi ad una persona che mi offre parte di sé io rispondo con una parte di mè. Solo se rispondo a questa dinamica il mio controdono sarà commisurato a quanto ricevuto.
Non è importante il prezzo, né il momento del contraccambio, ma quanto di me è presente nel controdono.
È il “do ut des” che troppo spesso demonizziamo senza comprenderlo a fondo. Se capissimo il vero valore del dono ogni Natale sarebbe l’occasione per fare crescere le nostre relazioni, per potenziare la nostra generosità, per appianare litigi e diatribe, per educare al valore della sobrietà.
Il Natale? È la festa del dono per eccellenza: Dio che mi offre il suo figlio Gesù.
Quale sarà il tuo controdono?
Non uccidere
A chi non è capitato di doversi sentire:« dai, fai un sacrificio! » oppure « dai… fai questo piccolo sacrificio per me! ».
La mia mamma spesso usa quest’arma a doppio taglio per costringermi a svolgere qualche lavoretto e io spesso acconsento!
Quello però, che mi ha mandato più su di giri è quando, la scorsa domenica, don Pierino dall’altare pontificava: « e ci sono da risistemare le aule del catechismo, bisogna comprare le sedie nuove, ed è per questo che a tutti chiedo un piccolo sacrificio!». Ci risiamo… rieccoci con la tattica del “senso di colpa”. E pensare che il sacrificio era ritenuta un’azione così importante. Sacrificare significa ‘rendere sacro’ , trasformare in “cosa sacra”.
Gli antichi ebrei avevano una grandissima considerazione del sacrificare a Dio. Essi ne conoscevano numerose tipologie tra cui la più importante era l’ “olocausto”(in ebraico ‘olâh). Esso consisteva nella combustione della vittima sacrificale senza che ne rimanesse nulla, mentre il sangue veniva versato attorno all’altare.
All’inizio questa cosa mi è sembrata orribile, ma poi studiandoci su ho scoperto che per un ebreo il suo animale era la cosa più importante dopo un figlio. Offrire uno dei migliori di questi animali era quasi come se l’ebreo offrisse se stesso a Dio.
In questi giorni abbiamo commemorato lo scempio umano della “Shoah”! Come poter dimenticare? Come poter giustificare tali atti di crudeltà gratuita? Come poter affermare la falsità storica di un sì tale passato? Non si può fare questo senza essere in qualche modo complici.
Io ho sempre tremato e riflettuto davanti tale tragedia, ma oggi ho scoperto una barbarie in più: molti ebrei sono stati oscenamente uccisi con il gesto che per la loro storia era il più sacro: l’olocausto.
Nessun Dio può aver mai gradito una simile offerta, nessun Dio può giustificare ennesime morti, nuovi stermini. Nessun Dio può ritenere sante le uccisioni di Gaza, né quelle afgane o irachene. Non Dio che sorrida davanti all’uomo che muore perché uccidere un uomo significa mettere a morte Colui che ha creato l’umanità simile a sé, parte di se stesso. L’omicidio non è un sacrificio, ma un vero è proprio “Deicidio”.
La mia mamma spesso usa quest’arma a doppio taglio per costringermi a svolgere qualche lavoretto e io spesso acconsento!
Quello però, che mi ha mandato più su di giri è quando, la scorsa domenica, don Pierino dall’altare pontificava: « e ci sono da risistemare le aule del catechismo, bisogna comprare le sedie nuove, ed è per questo che a tutti chiedo un piccolo sacrificio!». Ci risiamo… rieccoci con la tattica del “senso di colpa”. E pensare che il sacrificio era ritenuta un’azione così importante. Sacrificare significa ‘rendere sacro’ , trasformare in “cosa sacra”.
Gli antichi ebrei avevano una grandissima considerazione del sacrificare a Dio. Essi ne conoscevano numerose tipologie tra cui la più importante era l’ “olocausto”(in ebraico ‘olâh). Esso consisteva nella combustione della vittima sacrificale senza che ne rimanesse nulla, mentre il sangue veniva versato attorno all’altare.
All’inizio questa cosa mi è sembrata orribile, ma poi studiandoci su ho scoperto che per un ebreo il suo animale era la cosa più importante dopo un figlio. Offrire uno dei migliori di questi animali era quasi come se l’ebreo offrisse se stesso a Dio.
In questi giorni abbiamo commemorato lo scempio umano della “Shoah”! Come poter dimenticare? Come poter giustificare tali atti di crudeltà gratuita? Come poter affermare la falsità storica di un sì tale passato? Non si può fare questo senza essere in qualche modo complici.
Io ho sempre tremato e riflettuto davanti tale tragedia, ma oggi ho scoperto una barbarie in più: molti ebrei sono stati oscenamente uccisi con il gesto che per la loro storia era il più sacro: l’olocausto.
Nessun Dio può aver mai gradito una simile offerta, nessun Dio può giustificare ennesime morti, nuovi stermini. Nessun Dio può ritenere sante le uccisioni di Gaza, né quelle afgane o irachene. Non Dio che sorrida davanti all’uomo che muore perché uccidere un uomo significa mettere a morte Colui che ha creato l’umanità simile a sé, parte di se stesso. L’omicidio non è un sacrificio, ma un vero è proprio “Deicidio”.
Il Segreto
Ultimamente mi ritrovo spesso a pensare al diritto di farmi gli affari miei. Però, troppo spesso vengo violato nelle decisioni o azioni che ritengo più segrete.
Il mio migliore amico dice che tra di noi non devono esserci segreti; anche la mia mamma spesso mi rammenta di questa trasparenza. Non parliamo poi di don Pierino....! tutti sembra che reclamino il diritto di conoscere tutto.
Io mi chiedo come mai a Gesù si concede il diritto di ben trent’anni di privacy, mentre a me nemmeno il piacere di tenere segreta l’ultima sorpresa guadagnata con il mio ovetto kinder.
La televisione non è da meno. I fatti di tutti sono su ogni canale, non c’è Vip di cui non ci si sente il dovere di conoscere necessariamente qualcosa. Il ridicolo giunge quando trasmissioni che indossano l’abito della scienza, vanno alla ricerca di segreti più fiabeschi che reali, solo con il gusto di curiosare rischiando spesso di violentare la realtà.
Il segreto protegge la mia identità e preserva il mio essere davanti agli altri. Non voglio dire che dobbiamo essere tutti tipini misteriosi, un po’ all’ispettore Gadget, con l’impermeabile e con il colletto tirato all’insù, no. Ci sono cose che appartengono al più profondo del cuore di un essere umano, che lo definiscono, lo caratterizzano, lo rassicurano, un pò come le fondamenta fanno con una casa. Mettere allo scoperto queste fondamenta spirituali rischia di metterle soggette ad essere intaccate da vandali o dagli eventi atmosferici minando tutto l’edificio.
Non voglio entrare nel merito della morte della sig.na Englaro, ma negli ultimi giorni della vicenda mi sono sentito cittadino di uno Stato totalitario, dove tutto, anche la vita o la morte di un essere umano può essere messa alla mercede di chiunque. Dal Ministro, al giudice, al prete, all’opinionista, o al barista… Questo va al di là del dovere di cronaca, diventa mercato! E fare guadagni, propaganda politica, bella figura marciando sulle sofferenze più recondite dell’umano è da sciacalli.
Inoltre quando non si tutela l’intimo di un essere umano si diventa partecipi di un grande reato, cioè della morte della democrazia.
Il mio migliore amico dice che tra di noi non devono esserci segreti; anche la mia mamma spesso mi rammenta di questa trasparenza. Non parliamo poi di don Pierino....! tutti sembra che reclamino il diritto di conoscere tutto.
Io mi chiedo come mai a Gesù si concede il diritto di ben trent’anni di privacy, mentre a me nemmeno il piacere di tenere segreta l’ultima sorpresa guadagnata con il mio ovetto kinder.
La televisione non è da meno. I fatti di tutti sono su ogni canale, non c’è Vip di cui non ci si sente il dovere di conoscere necessariamente qualcosa. Il ridicolo giunge quando trasmissioni che indossano l’abito della scienza, vanno alla ricerca di segreti più fiabeschi che reali, solo con il gusto di curiosare rischiando spesso di violentare la realtà.
Il segreto protegge la mia identità e preserva il mio essere davanti agli altri. Non voglio dire che dobbiamo essere tutti tipini misteriosi, un po’ all’ispettore Gadget, con l’impermeabile e con il colletto tirato all’insù, no. Ci sono cose che appartengono al più profondo del cuore di un essere umano, che lo definiscono, lo caratterizzano, lo rassicurano, un pò come le fondamenta fanno con una casa. Mettere allo scoperto queste fondamenta spirituali rischia di metterle soggette ad essere intaccate da vandali o dagli eventi atmosferici minando tutto l’edificio.
Non voglio entrare nel merito della morte della sig.na Englaro, ma negli ultimi giorni della vicenda mi sono sentito cittadino di uno Stato totalitario, dove tutto, anche la vita o la morte di un essere umano può essere messa alla mercede di chiunque. Dal Ministro, al giudice, al prete, all’opinionista, o al barista… Questo va al di là del dovere di cronaca, diventa mercato! E fare guadagni, propaganda politica, bella figura marciando sulle sofferenze più recondite dell’umano è da sciacalli.
Inoltre quando non si tutela l’intimo di un essere umano si diventa partecipi di un grande reato, cioè della morte della democrazia.
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