Una premessa di metodo:<> ( cf 1Pt 3,15). Questa espressione resta per me come un faro
che mi ha guidato in tutti gli anni degli studi fino ad oggi. Sempre penso alla
necessità di rendere ragione di ogni cosa che compio come singolo e come membro
della mia famiglia o della mia comunità parrocchiale.
Anche per i festeggiamenti che tanto ho atteso (da singolo) e che
tanto la mia comunità ha espresso in questi giorni, forte è in me di pensare.
Esplicazione della domanda: perché scrivere? Su cosa poi? A
quale titolo? Scrivere significa imprimere un pensiero definito e chiaro che si
possa condividere con gli altri sottoponendolo alla loro riflessione critica.
Scrivere quindi, sulla necessità di un essere umano di ricordare, fare memoria
del passato, di avvenimenti e persone che si possono ritenere fondamentali per
il proprio presente. Riflettere sulla
memoria come un semplice essere pensante che si sforza di penetrare (nel bene
si spera!) la realtà senza farsi scivolare addosso gli accadimenti ma
appropriandosene. Perché ricordare?
Due approcci al tema: Credo che esistano due modi interpretare
il tema della memoria: un’ interpretazione la potremmo definire storiografica, l’altra teologica.
L’approccio storiografico si
sofferma sul’evento accaduto, sul suo contesto sociale, politico ed economico,
sul suo valore didattico per il presente (cioè imparo le cose giuste del
passato per ripeterle e le cose errate per non commettere gli stessi errori).
L’approccio teologico
invece, guarda all’evento accaduto interpretandolo come azione di Dio nella
storia dell’uomo, un’azione che non è richiudibile nei libri di storia, ma
necessita di essere continuamente reso presente con l’esercizio della memoria.
Argomentazione: Penso che un cristiano debba percorrere la
seconda strada se vuole dare senso al celebrare il ricordo, soprattutto nel
ricordare un evento fondante come può essere la nascita di una nuova parrocchia.
Nelle Sacre Scritture possiamo trovare molti eventi legati ala memoria di un
fatto passato, ma per brevità mi voglio soffermare solo sulla Pasqua.
In Es 12, 1-14 il popolo di Dio riceve istruzioni sulla notte della
liberazione, in modo dettagliato sulla cena che precede l’esodo. Tutto viene
spiegato nei minimi particolari esprimendo una sorta di “rito” fatto di
elementi fissi, ordinati, parole e gesti dati, da farsi e dirsi per sempre,
<> (Es 12,14).
Questo è definito dalle labbra di Mosè (che parla a nome di Dio) “memoriale”
(cf Es 12,14), cioè “ricordo” che
mantiene nel presente la consapevolezza di un evento originario. Molte saranno
i brani nei quali ricorre il comandamento “ricordati” (Es 17,14; Dt 25,17; Dt
8,2.18; ecc. ) dove Dio ordina al suo popolo di ricordare e non dimenticare
tutto quello che lui ha compiuto nel passato a favore del suo popolo.
Presente alla mente di tutti sono le parole di Gesù nell’ultima
cena:<< fate questo in memoria di me>> (Lc 22,19)! Il gesto gesuano
per noi diventa un comandamento indimenticabile, anzi, che va ricordato e
ripetuto perché la sua azione efficace sia anche oggi, nel nostro presente.
Insomma, per un credente, avere memoria del passato, dei fatti, delle
persone significa fare memoria della grazia di Dio che si dispensa
illimitatamente nella storia.
Ecco allora la nostra festa comunitaria. Abbiamo gioito e continuiamo
a gioire per il 40 anniversario di fondazione della nostra famiglia e il 20
anniversario della morte del nostro primo pastore. Stiamo attenti però! Questo
nostro far festa potrebbe avere un rischio: diventare un semplice motivo per
fare storia, elencare fatti, ricordare nostalgicamente momenti, insomma essere
sterili storiografi che pensano di ricordare potendo fare a meno del passato,
anzi di ritenerlo superabile in vista di un futuro che è di fronte a noi, un
futuro che si sente minacciato dal passato.
Invece no, i nostri festeggiamenti significano riconoscere in tutti i
momenti di questi quarant’anni trascorsi l’azione salvifica di Dio in ogni
piega, in ogni fatto e in ogni persona consapevoli che tutto questo si fa
presente al nostro oggi nel momento in cui lo ricordiamo e lo celebriamo. Bene
allora fare di questo ricordo un’Eucarestia, un momento in cui il passato e il
futuro si annullano nell'oggi di Dio e l’oggi di Dio diviene il nostro oggi. È
nell’Eucarestia che le persone del nostro passato si fanno presenti e con la
loro intercessione, il ricordo del loro esempio nobile ed evangelico ci
spronano a conformare la nostra vita a Gesù e al suo messaggio che trasforma. Che senso avrebbe altrimenti, invocare i
santi? Sono essi o no uomini del passato? che senso avrebbe tutta la liturgia
cristiana? È essa un continuo memoriale delle opere grandiosi di Dio?
Conclusioni: Mi verrebbe da fare una considerazione finale. L’atteggiamento
quasi bambinesco di colui che nel passato vede l’essere del suo presente
mi fa pensare all’emblematico
personaggio di Dostoevskji: l’Idiota.
Già, questo sempliciotto, principe erede di una famiglia decaduta, famiglia che
perennemente ritorna presente nei suoi ricordi. In questo personaggio si
concentrano generosità d’animo e fede candida nel prossimo, dove lui è l’icona
dello splendore della compassione. Nel pensiero dell’autore russo l’Idiota
incarna addirittura la figura di Cristo, idiota per eccellenza.
L’augurio che voglio quindi esprimere a tutti coloro che oggi “fanno
memoria” è di essere tanti <<IDIOTI>>;,
che nella semplicità di un bimbo sanno leggere in ogni situazione della propria
storia fatta di bene e di male l’azione di Dio, che è costante, trasformante e
rigenerante, che opera con la stessa forza e lo stesso impeto da sempre, sin
dalla creazione del mondo. A me e a voi l’augurio di essere tanti “idioti”
secondo il cuore di Dio.
Buon compleanno mia amata famiglia!

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