29 dic 2012

Caro Gesù bambino


Caro Gesù bambino,
è tanto tempo che non mi fermo a scriverti una letterina, ma per questo Natale ho deciso di riprendere questa sana abitudine.
Sta tranquillo… questa volta non ti chiederò né balocchi né dolcetti, ma vorrei chiacchierare un po’ con te nella speranza che almeno tu possa rispondermi!
Sai, sono ormai alcuni anni che passiamo la festa del tuo Natale nella crisi. Forse non ci crederai, ma almeno a me sembra di averci fatto l’abitudine; anzi forse non saprei più vivere un Natale senza crisi… da buon italiano c’ho fatto l’abitudine.
Il Natale ci fa tutti più buoni, riempie il cuore di grandi sentimenti, i doni poi, anche se piccoli è sempre piacevole scambiarseli. Per non parlare del presepe, io  amo preparare il presepe! L’odore della soffitta, gli scatoloni impolverati, i soliti piacevoli litigi con i bambini per fare a gara ad allestire il tutto. Come mi piace passeggiare per i boschi alla ricerca di ogni tipo di muschio… che bello fare il presepe!
A proposito del presepe… ti hanno informato delle ultime novità? Sembra che qualche Dirigente scolastico dal Nord al nostro Sud incominci a non sopportare più il presepe. Ho sentito dire che ci sono persino alcuni che hanno fatto ricorso al signor Ministro per risolvere l’annoso dilemma: il presepe turba e offende i bambini appartenenti ad altre culture o religioni. Così sono stati vietati!
Come  capisco questi Dirigenti, non arrabbiarti con loro perché hanno detto di avere intenti pedagogici. Quali? È vero che sei bambino, ma posso spiegarti tutto io? Vabbè… il presepe turba perché parla di una famiglia povera, ma tanto povera; una famiglia di immigrati, lontani dal loro Paese natio  per obbedire al capriccio di un governate tiranno. Il presepe parla di un bimbo, un insignificante bimbo che già dal grembo della sua mamma non trovava accoglienza da parte di nessuno. Il presepe parla di un parto avvenuto non in un ospedale, con tutte le cure del caso, ma in una stalla, tra lo sterco e il fieno degli animali. E chi si preoccupava di questo bambino oltre i suoi amorevoli genitori? Forse le autorità? No, sono semplici pastori, uomini soli e poveri, emarginati, lontani. Il presepe parla della vittoria della vita sull’egoismo, vittoria della semplicità sulla meschinità di chi ha e si rifiuta di condividere con chi è svantaggiato.
Secondo te la scuola potrebbe insegnare questi valori ai nostri figli? E come potremmo spiegare loro le guerre, i tanti bimbi che continuano a morire di fame, l’astio verso gli immigrati, la prepotenza e il ladrocinio di chi detiene il potere?
Meglio togliere i presepi dalle scuole, cancellare il tuo nome dalle canzoncine natalizie, scambiare la tua immagine col vecchio e caro Babbo Natale o con un angioletto che non turba e non mette domande nel cuore.
Ma nel nome di questa pedagogia non faremmo bene anche a trasformare il giorno del tuo Natale in un semplice giorno lavorativo come tutti gli altri? Infondo aumenteremmo la produttività del nostro Paese e faremmo felice il nostro Governo.
Caro Gesù bambino continua volerci bene, e se puoi esaudisci i nostri desideri migliori e… tanti auguri di buon compleanno!

19 nov 2012

Una Chiesa 2.0


Dopo le elezioni della regione Sicilia si torna a reclamare a gran voce la forza della  politica così detta 2.0, dove a far da padrone finalmente è il cittadino che stabilisce il programma, decide gli uomini da candidare e monitora le azioni di coloro che lui ha designato. Insomma la politica 2.0 è manifestazione della vera democrazia.
E la nostra? Sembra ormai sempre più chiaro che parliamo di partitocrazia dove i pochi, gestiscono la cosa pubblica secondo l’interesse proprio  (che sempre coincide con il denaro).
In molti convengono che il vero inventore del “metodo wiky”  sia l’attuatore del web 2.0, così come, l’invenzione della politica 2.0 la dobbiamo a Beppe Grillo e al Movimento 5 stelle.
Ai posteri l’ardua sentenza?
Io credo che anche se non posteri,  possiamo tentare di dare noi una sentenza, senza però la presunzione della completezza.
L’11 ottobre scorso ricorreva il 50mo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Più di 3000 persone provenienti da ogni dove della Terra per dire la propria riguardo la fede, la Chiesa e il modo di proporla nell’oggi. Un’opera grandiosa per quegl’ anni, preceduta da ben tre anni di intenso lavoro e di migliaia di lettere, questionari, analisi fatte provenienti da ogni parte del mondo dove sono stati coinvolti tutti, persino i fedeli della più remota Chiesa del Globo.
Il risultato?
Una vera e propria rivoluzione copernicana! La Chiesa che leggiamo nei documenti conciliari è una Chiesa rinnovata persino agli occhi di noi del 2012. Una Chiesa futuristica direi, dove l’apertura al diverso, la dedizione verso gli ultimi e i poveri, il servizio all'umanità ne sono il caposaldo.
Non è stata forse questa espressione  storica una Chiesa 2.0? E pensare che i Concili esistono da 2000 anni….
Forse c’era già Beppe Grillo?
Apriamo bene gli occhi della mente insieme a quelli del cuore: riappropriamoci delle Istituzioni, facciamo sentire il peso delle nostre idee, dei nostri valori, delle nostre aspirazioni... Ma non abbassiamo mai la guardia. Non facciamo la rivoluzione e poi lasciamo che i nostri capi rivoluzionari siano a fare il bello e il cattivo tempo. Così il ritorno al passato è assicurato. Vi ricordate l’Italia prima di Berlusconi? Non importa, guardate quella di oggi e non troverete differenze.
Sono passati  50 anni dal Concilio, i cattolici nel mondo si sono assopiti e dopo il fervore hanno lasciato ricoprire la grandezza della Chiesa 2.0 da una coltre di polvere autocratica e autoreferenziale. Causa di coloro che l’hanno impolverata? No! Responsabilità di coloro che hanno abbandonato la nave al suo destino. Che questo anno della Fede indetto da Benedetto XVI serva ai cattolici per riscoprire il proprio posto nella Chiesa e sia da esempio per noi italiani: non bastano le novità per il cambiamento.

9 nov 2012

Contra religionis



Mi sforzo di immaginarmi fra trent’anni, magari in una gitarella con i miei nipoti, passeggiando per le strade dei nostri centri storici che, guardando le tante edicole mariane che abbelliscono i nostri vicoli mi chiedono: «nonno, ma perché hanno riempito le strade di queste madonnine? Che cosa avrà mai fatto d’importante questa “Madonna” per essere piazzata in ogni angolo delle strade? ».
M’immagino con loro davanti ad una delle tante chiese rupestri sparse per le nostre campagne…  guardo i loro volti che esprimono un misto d’indifferenza e smarrimento: «nonno ma che sono queste grotte in mezzo alla campagna… sono delle vecchie stalle?».
Li vedo perplessi davanti al bellissimo stemma della Città di Cisternino e si chiedono che razza di bastone sia quello rappresentato nel blasone e perché mai un bastone così strano come simbolo di una Città.
Forse farei bene a smettere di immaginarmi vecchietto con nipoti al seguito perché già assaporo la tristezza di vederli con una conoscenza monca, volutamente oscurata secondo gli schemi del più vecchio e spento illuminismo settecentesco.
Mettere al bando l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole potrebbe produrre scene come quelle da me immaginate, altre forse peggiori… potrebbe col tempo cancellare molti usi tipici delle nostre culture paesane, delle nostre feste popolari – religiose, delle nostre identità, di molte parole dei nostri idiomi locali…
Forse mi riterrete di parte nel parlare ma guai se così non fosse. Mi schiero contro un pensiero che voglia abolire lo studio e la conoscenza dei contenuti cristiani, del linguaggio proprio del cristianesimo, dell’arte e dell’architettura, della musica, della poesia. Infatti, questi sono i contenuti dei programmi ministeriali di religione cattolica, gli ultimi firmati dal Ministro Profumo qualche mese fa’.
Mai più catechismo nelle aule delle scuole? Mai più indottrinamento a scapito delle altre confessioni religiose? Mai più discriminazione religiosa? Sono d’accordo anch’io e anch’io voglio sottoscrivere questi appelli. Anzi invito chiunque ad impedire tutto questo perché snatura il vero significato dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica.  Se oggi qualcuno ancora usa questo tempo di crescita scolastica indottrinando anziché educando, lo fa’ contro la legge, e come tanti altri insegnanti che non fanno il proprio dovere non meritano di istruire ai nostri figli.
Non dimentichiamoci però di difendere la storia che ci appartiene, la cultura dei nostri antenati, le tradizioni che determinano l’identità del nostro popolo. Nel bene e nel male il cristianesimo ha condizionato tutto questo ed è un codice interpretativo ineludibile della cultura italiana.

21 giu 2012

Rivestitevi di Cristo

Da piccolo chierichetto spesso mi sono fermato ad osservare il caro don Pierino mentre indossava le vesti sacre prima di ogni Messa. Faceva ogni movimento con lentezza, toccava gli abiti come fossero di sottilissima carta tale era la sua delicatezza. Per non parlare della stola; prima di indossarla addirittura la baciava!
Credetemi, non ho mai ben capito questi gesti prima di oggi!
Oggi io stesso, quando ancora indosso il camice bianco, ripenso a don Pierino, ma ancora di più penso a questo vestito bianco, osservo il suo candore, penso a quanto è importante non solo che io lo indossi pulito, ma che pulito sia il mio cuore, che candida sia la mia vita di fronte agli altri. Sinceramente a volte mi sembra di percepirne anche il peso dovuto alla responsabilità di testimoniare con la vita, in pubblico, ciò che faccio durante la Messa.
L’abito bianco per un cristiano sta ad indicare il “rivestirsi di Cristo, indossare non un telo su di sé, ma piuttosto assumere i comportamenti e gli stessi sentimenti che furono di Gesù di Nazareth.
Sentiamo parlare molto degli scandali che stanno toccando lo Stato del Vaticano assieme alle colpe di alcuni collaboratori del Papa, laici e non. Tutte quelle persone, come don Pierino, come me e come tanti altri indossano quei sacri abiti, forse lo fanno ogni giorno… chissà se si ricordano ogni volta che, compiendo quel gesto, stanno dichiarando in modo evidente davanti a tutti la loro volontà di rivestirsi di Cristo.
È vero che sono uomini, è vero che tutti possono sbagliare, è vero che la Chiesa è fatta di peccatori… ma nessuno si nasconda dietro tali scuse, pur se vere. Dal battesimo tutti i cristiani si sono impegnati a rivestirsi di Cristo. Mi auguro che ogni cristiano si ricordi dell’abito ricevuto nel giorno del suo battesimo e abbia un sussulto di dignità davanti a tali scandali che macchiano non solo la veste dei singoli coinvolti, ma il nome di tutti coloro che ne condividono il battesimo e che si chiamano “Chiesa”.
A volte penso che bisognerebbe ripristinare l’uso delle prime comunità cristiane dove, ogni volta che i battezzati entravano nell’aula liturgica per l’Eucarestia, dovevano indossare l’abito bianco! Questo servirebbe a tutti come continuo ricordo e come distintivo nei confronti degli altri uomini e donne del nostro tempo. Poi però, penso alle parole di Gesù, il quale forse veniva provocato da qualcuno che chiedeva di indicare un distintivo per distinguere i cristiani da coloro che cristiani non lo erano:<< da come vi amerete vi riconosceranno che siete miei discepoli>>.
Mi aspetto che tutti i cristiani del mondo dopo l’indignazione davanti a tanti scandali abbiano un sussulto che li spinga ad indossare il distintivo dato da Gesù: l’Amore incondizionato per l’altro.

14 mag 2012

Beati i poveri!


Credo che gli sbalzi della nostra economia siano l’occasione propizia per riaffermare la povertà non come piaga sociale, ma come valore. Il cristianesimo infatti, ha fatto della povertà un punto cardine del suo insegnamento. Dalle beatitudini, passando per i racconti degli Atti degli Apostoli fino ad arrivare a Francesco d’Assisi, madre Teresa di Calcutta e tanti altri ancora.
Oggi ci chiederemmo: come si fa’ a ritenere la povertà un valore? Cosa significa per un cristiano definirsi povero? Le immagini dei grandi santi già citati potrebbero rispondere ampiamente; invece vorrei soffermami solo su due dati. La povertà per il cristiano si declina assieme a “provvidenza” e “condivisione”.
Tutti abbiamo chiaro il significato della parola “condividere”: divedere i propri beni distribuendoli fra tutti secondo il bisogno. Non fare fra tutti parti uguali, ma dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno. Significa mettere a disposizione una auto a chi lavora a 100 km da casa dal momento in cui io lavoro a soli 2 km dalla mia abitazione! Significa dare tre porzioni di carne rossa a settimana a chi soffre di anemia sottraendolo a me che godo di ottima salute e limitandomi a mangiarla solo una volta a settimana.
Vi sembra una visione utopica? Forse potrebbe apparire così, ma nella storia abbiamo visto sorgere strutture comunitarie come queste e vivere serenamente. Gli stessi animali ci sono da esempio. Pensate alle piccole api capaci di produrre qualcosa che l’uomo oggi non è ancora capace di saper riprodurre: il miele. Eppure nell’alveare sembra che esistono api che sgobbano dal mattino alla sera (il fuco) e api che invece vivono di dolce far niente (ape regina). E tutti, secondo necessità ricevono il nutrimento. Non ci sono affamati nell’alveare né indigenti.
Possibile che gli insetti siano  capaci di un sistema sociale più alto di quello umano?
“Provvidenza”, è qui che il tasto diventa sensibile! Nell’accezione cristiana significa lavorare, impegnarsi nel massimo delle proprie possibilità, ma con un fine solo: lavorare per testimoniare il Vangelo. Non solo come missionari, preti e suore, ma come papà, mamme, figli, operai, educatori… e cosa cambia?
Beh, nell’ottica del cristiano significa chiedere a Dio di ricevere dalla sua mano ciò di cui si ha bisogno: - ho lavorato come un matto oggi, ma ho guadagnato solo una pagnotta… in casa siamo cinque, come fare Signore? Dacci il nostro pane quotidiano! – e quel cuore che si è affidato alla provvidenza di Dio in modo a lui inspiegabile riceve le quattro pagnotte mancanti.
Vi sembrerà fantascientifico o come minimo fideistico, ma io lo definirei cristiano! Ci sono testimonianze storiche di piccoli uomini che hanno edificato opere immense vive tutt’oggi e solo con la Provvidenza. Penso al Cottolengo di Torino o alle tante case delle missionarie della Carità sparse nel mondo, alla società familiare di Nomadelfia… e si potrebbe continuare all’infinito nell’elencarle.
Condivisione e Provvidenza sono i punti di forza che differenziano il cristianesimo dalle ideologie socialiste o populiste, e la Chiesa ha sempre protetto e incoraggiato tali sistemi nella storia.
Sapete cosa mi piacerebbe oggi: che la Chiesa continui in questa sua profezia, sia testimone incrollabile e incorruttibile di povertà, insegni a condividere condividendo con tutti, lavorando per il Regno di Dio si affidi in tutto a Lui chiudendo occhi e mani ai forti poteri della società civile. Esiste una Chiesa così profetica e mi piacerebbe che anche voi la possiate conoscere come io l’ho conosciuta e continuo a sperimentarla ogni giorno in tanti uomini di buona volontà.

F.M.

24 mar 2012

La maggioranza vince

Ultimamente mi sono fermato a riflettere sulla Regola di San Benedetto e mi ha molto colpito come nell’alto medioevo si possa esprimere un concetto simile: < abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché
spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore. I> (RB 3).
Sì, proprio così, persino giovani e fanciulli. Allora mi chiedo: quanto spesso noi ascoltiamo nella nostre case i più piccoli? Quanto siamo convinti che la loro semplicità, sia in grado di vedere oltre ogni ragionamento dettagliato e metafisico che una mente adulta e saggia può condurre?
Effettivamente nel momento in cui le decisioni vengano prese con l’apporto di tutti, è necessario giungere prima o poi, ad una decisione che non sempre può mettere in accordo. Ma prendere una decisione senza ascoltare il consiglio di tutti, persino di coloro che sembrano più insignificanti è la possibilità che assicurano ad una democrazia evitare la deriva dell’oligarchia.
San Benedetto però, afferma che tali suggerimenti debbono essere fatti in umiltà e rispetto affinché nessuno dimentichi mai, a chi è stata data la facoltà di decidere. Effettivamente è bene chiedere consiglio a tutti, anche ai bimbi, ma quanto poi pensiamo che sia giusto educarli al rispetto della decisone presa anche se contraria al proprio pensiero? Se forse chiediamo ai piccoli cosa vogliono, la nostra decisione viene imposta e non data assieme ad una pillola educativa sul saper accogliere una decisone frutto di ascolto di tutti.
La regola d’oro della democrazia afferma che “la maggioranza vince”. Tutti noi abbiamo fatto appello a questa norma tante volte e nelle situazioni più disparate, ma gli avvenimenti degli ultimi giorni in Val di Susa mi hanno fatto ritornare sul valore profondo della regola princeps della vita democratica.
Ascoltare tutti è un dovere e la politica non deve mai presumere di non averne bisogno. Ma chi propone il suo pensiero deve farlo secondo le regole che non sono una gabbia della libertà, al contrario, ne assicurano il rispetto. Effettivamente è possibile che le decisioni finali siano erronee o fragili, ma se sono state democratiche non sono del tutto malvagie. Sono il frutto di un popolo che è cresciuto nel rispetto dell’altro, del suo pensiero, delle sue convinzioni associati al saper fare posto all’altro.  San Benedetto a questo proposito parla di obbedienza….ma questa è un’altra storia!

il Chierichetto

14 feb 2012

Tra carnevalate e bigotterie


Il mese di febbraio ridesta spesso i ricordi della mia infanzia nella quale amavo tantissimo mascherarmi per il carnevale. Ricordo come se avvenisse in questo momento, l’emozione e la gioia nell’indossare l’abito prescelto , il truccarmi poi, in modo da mascherare e nascondere il viso.
Oggi sono adulto (credo!) e  ho perso tutta quella gioia ansiosa che accompagnava i miei carnevali, ma mi è rimasta persistente la passione per le maschere.
La maschera è l’occasione per essere ciò che non si è, per cambiare il ruolo del proprio vissuto quotidiano. Indossare una maschera significa darsi l’occasione per vivere una esperienza stra-ordinaria, cioè fuori dall’ordinario quotidiano. Forse qualcuno di voi si chiederà l’utilità della straordinarietà… e qui sta il bello: non c’è nessuna utilità. Non sono uscito di senno, ma in un momento storico come questo, dove sembra che nessuno possa sfuggire dal peso economico del presente parlare dell’inutile serve per cogliere meglio il vero valore delle cose davvero utili.
La maschera ha il potere di sospendere il tempo , di creare una sorta di’interregno del senza tempo dal quale poter aprire una finestra sulla quotidianità e comprendere il senso profondo delle azioni che riempiono la vita dei nostri giorni: dalla banale necessità dei bisogni fisiologici (cibo, sesso…) fino alle scelte che  condizionano per sempre la nostra vita, tutto dalla finestra dell’irreale guadagna il giusto valore.
La maschera infine, ha il potere di smascherare le relazioni. Sembrerà assurdo, ma è così: le maschere smascherano.  Nel costume mascherato abbiamo l’opportunità di incontrare l’altro liberi dai preconcetti che abitano i nostri soliti incontri, con la maschera in viso abbiamo l’occasione per saggiare la lealtà dell’altro, assieme alla sua onestà confronti garantita dal non riconoscerci con i soliti cliche  della nostra ordinarietá. Pensate a come saremmo più veri fuori dai nostri panni, magari avremmo l’opportunità di dire al nostro capo di smetterla con le sue angherie oppure potremmo confessare al nostro coniuge le malefatte tramate alle sue spalle o ancora, dimostrare i sentimenti nascosti per la paura di essere rifiutati. Ecco che la maschera ci mette a nudo.
Anche nella religione l’uomo usa  la maschera: i riti religiosi infatti, altro non sono che l’apertura di un mondo senza tempo che è il mondo di Dio. I riti ci danno la possibilità di resistere davanti a Dio, conoscere il significato delle sue parole e azioni misteriose e far si che incidano finalmente nella nostra vita. I riti religiosi inoltre, ci mettono a nudo davanti a Dio e così abbiamo l’occasione di conoscere il profondo di noi stessi e scoprirci buoni, ma buoni davvero!  Nel rito capiamo che il male non ci appartiene, anzi è estraneo alla nostra natura; nel rito non sono più solo, ma mi vedo circondato dagli altri che come me e con me vivono un’esperienza che li rigenera. Quale grande potere hanno i riti religiosi!
Febbraio, il mese del carnevale, dei coriandoli, delle maschere, ma anche il mese delle “quarant’ore” nelle quali i cristiani sono chiamati a fermarsi davanti ad un pezzo di pane e riconoscere la propria pochezza in un mondo alle prese con un delirio di onnipotenza.
Viviamo pienamente questo mese che, pur se breve, si presenta intenso… viviamo le maschere e viviamo i riti!


Il Chierichetto

16 gen 2012

Sbirciando nella grotta di Betlemme...

Con tristi toni si è concluso il 2011  e un nuovo anno inizia con gli stessi spettri che si aggirano nelle difficoltose vite quotidiane e continuano a gironzolare per i castelli della politica e dell’economia. Manovre più o meno pesanti, lacrime e sangue, eppure niente sembra fermare l’irrefrenabile corsa della crisi.
Noi stiamo già pagando ma i ricchi si arricchiscono e i poveri s’impoveriscono.
Io ho chiaro il problema e sono certo che anche per voi è così: non si vuole colpire il vero tumore…
 La crisi non è economica, ma valoriale, non è problema di capitali, ma di umanesimo, non è il debito a fare la differenza, ma l’individualismo irrefrenabile.  Questa è una ferita che si aggrava sempre più e va somministrata la medicina giusta.
Credo che l’unico medicamento valido sia la famiglia; la politica, gli economisti, i tecnici, nessuno può curare il male del terzo millennio se non solo la famiglia. Tutti gli altri possono solo servire da integratori, da ricostituenti, da corollari .
Ho l’impressione che siamo in uno scenario di cure palliative, dove il medico è pietoso cosicché la ferita diventa sempre più purulenta.
Abbiamo bisogno di condivisione: ma le nostre famiglie sono capaci di condividere anche il poco con chi non ha?
Abbisogniamo di rispetto: ma se i coniugi non riescono più a perdonarsi gli errori trovando la soluzione in matrimoni che si celebrano e si rompono a catena come fare?
È necessario riconquistare il valore del lavoro: prima che di una riforma delle leggi sul lavoro abbiamo bisogno di comprendere che non esistono mestieri più o meno nobili, ma che ogni attività dell’uomo è dignitosa e va perfino tutelata.
Riscopriamo il valore dell’alterità: solo la famiglia più creare scenari di riconoscimento della persona dove ognuno è importante per il sol fatto di esistere e dove c’è spazio per tutti, persino per l’Altro con la “A” maiuscola che io chiamo Dio.
E scusatemi se alla fine arrivo sempre lì, ma che volete, sono un chierichetto o no?
Sbirciamo nella grotta del nostro presepe e impariamo da una famiglia esemplare e allo stesso tempo ordinaria: la famiglia di Nazareth. Una famiglia che ha vissuto negli stenti (altro che crisi economica) eppur  sempre aperta a tutti e a tutto. La famiglia di Nazareth è maestra di silenzio (ricordate lo scorso mese?) il luogo dove si forma lo spirito e si coltiva il valore dell’io. La famiglia di Nazareth è precettrice di disciplina e rigore. Le nostre pedagogie oggi sono vuote di disciplina… essa però non consiste in verghe e battimenti, ma fermezza nell'insegnare ciò che bene e ciò che è male eliminando ogni disorientamento nei giovani. Dalla famiglia di Nazareth possiamo imparare il vero scopo del lavoro umano che non è il solo fine economico, ma soprattutto è quella fatica capace di redimere l’uomo, di nobilitarlo, non schiavizza ma contribuisce alla crescita di sé, dei propri cari, dell’azienda, del mondo intero! Soprattutto la famiglia di Nazareth è pedagoga dell’amore vero, quello che non si ferma all’interesse, ma è capace di donare fino a dare tutta se stessa.
Diamo alla famiglia il timone per farci uscire dalla crisi.
                                                                                                                                                         Il Chierichetto

3 gen 2012

Mentre il silenzio...

Nell’ultimo mese sono accadute molte cose, ma quello che ha più colpito l’opinione del nostro Paese è il nuovo Governo… improvvisamente siamo passati dalla spettacolarizzazione della politica alle scelte discusse a porte chiuse, dagli annunci televisivi con smentite al silenzio dei microfoni.
Ci lamentavamo di tanta confusione e del fatto che ogni piccola cosa finisse nelle pagine di giornali e sui nostri schermi. Ora, invece, ci lamentiamo del silenzio, ci lamentiamo della prudenza e del tempo che passa perché vengano prese delle decisioni.
Ecco come siamo: spaventati dal silenzio.
La nostra società è quella del caos, dei rumori, dei suoni, delle feste, degli schiamazzi… ci lamentiamo , diciamo di non poterne più, ma poi basta la passeggiata in un bosco per sconvolgere le nostri menti e farci sentire il bisogno di tornare al rumore, qualsiasi esso sia l’importante che non sia silenzio.
Ci siamo mai chiesti come è possibile ascoltare il dolce suono di un arpa se non nel silenzio, oppure la voce di bimbi che giocano in cortile se non nel silenzio, il piccolo che inizia a parlare e magari dice un “papà” balbettato magari in modo incomprensibile se non nel silenzio, per non parlare del  primo “ti amo” di due innamorati…  chi non vorrebbe poter gustare quel momento se non nel silenzio.
Il mese di dicembre è il principe del silenzio! Pensiamo alla natura che è ricoperta dal bianco mantello della neve, lì regno sovrano il silenzio. Nonostante i gatti corrano fra la neve, i passeri vadano in cerca di cibo e magari la volpe passa sorniona vicino il nostro bidone della spazzatura, tutto avviene nel silenzio.
Già, il silenzio in realtà, non è assenza, ma è una presenza più incisiva, non è il vuoto, ma è il ripieno della vita.  Allora il rischio del nostro oggi e quello di trasformare le nostre presenze caotiche in assenze nascoste, il ripieno dei nostri rumori e suoni nel chiasso devastante della solitudine
Il silenzio non è morte, ma pienezza della vita che si rigenera nel segreto, il silenzio è il luogo privilegiato nel quale possiamo finalmente incontrare noi stessi, ammirare i nostri pregi, accarezzare le esigenze di affetto, curare le ferite, correggere i difetti.
<< Mentre il silenzio fasciava la terra e la notte era a metà del suo corso, tu sei disceso, o Verbo di Dio, in solitudine e nel più alto silenzio>> (D. M. Turoldo) ; cogliamo l’invito che il poeta ci offre e dedichiamoci ad attimi di silenzio magari ammirando un bel presepe così che il nostro augurio di Natale non sarà solo “flatus vocis” (semplice fiato), ma espressione piena di noi. Buon Natale!

                                                                                                                                           Il Chierichetto