20 dic 2010

Giocare per riscoprire la vita

Il mese di dicembre è per eccellenza il sinonimo del Natale, e Natale è quasi sempre sinonimo di giocattoli!


Tutti, tra grandi e piccini, sono alle prese con ciò che riguarda il gioco. Sentivo che, anche il mio caro don Pierino ci invitava durante la messa, a procurare giocattoli per i bimbi del nostro quartiere che appartengono ormai ad una categoria sempre più in espansione fra le famiglie italiane: quella della povertà.

La dirompente crisi economica ha ridotto in maniera considerevole la qualità di vita di tantissime famiglie che, se prima vivevano dignitosamente, oggi hanno un ISEE decisamente sotto un livello definito accettabile. Il nostro Governo è frattanto occupato a litigi interni, dicerie su festini notturni di politici che oggi come non mai ci vengono presentati più come vip TV che non come statisti.

Eppure rievocare al nostro cuore il gioco ci sembra portare un filo di luce nell’oscurità quotidiana. Perché non riappropriarcene tutti dai più piccoli ai più grandi? Non scandalizzatevi se in questo tempo di ristrettezze, di vacche magre, di giorni bui voglio invitare voi e me a giocare e vi dimostro il perché.

Innanzitutto il gioco è “maestro di regole”. Non esiste gioco che non contempli almeno una regola tale da insegnare (e spesso anche ad obbligare) ogni partecipante ad aderirvi per potervi partecipare. In secondo luogo il gioco è “terapeutico” perché con il suo mondo speciale, le sue regole esclusive, le sue finalità proprie ci obbliga ad uscire dagli schemi oscurantisti della nostra quotidianità per inserirci in una realtà dove la gratuità dell’azione e il senso di liberazione ne fanno da padrone. Il gioco è per questo una “palestra di libertà”, dove poterci esperie fluidi, evasi dal potere che la routine del quotidiano esercita su di noi. Con la sua realtà alternativa il gioco è capace di educarci e al tempo stesso renderci quelle energie necessarie per il ritorno alle cose di ogni giorno.

È dicembre, il Natale ormai alle porte, quest’anno dedichiamoci al gioco, ma non al solitario o al videogioco, ma a quei giochi dove poter incontrare qualcun altro, magari i nostri figli abbandonati a se stessi, per i quali, tornati dal lavoro, spesso abbiamo solo un flebile ‘ciao’; dedichiamolo a fratelli e sorelle che per le incombenze ordinarie non ascoltiamo scoprendo magari i loro desideri, i loro problemi, le loro attese; dedichiamo il nostro gioco agli anziani della nostra famiglia o a quelli che vivono nella solitudine la fine della loro vita ne gli ospizi, luoghi che esprimo per eccellenza la mancanza di tempo che attanaglia la nostra vita; dedichiamolo a quel vicino di casa, che magari abita al nostro pianerottolo da mesi o anni e del quale non conosciamo il nome; dedichiamolo a noi stessi certi che non sprecheremo tempo, ma lo doneremo a noi e a tutti quelli che occupano un posto nei nostri cuori.

Il gioco, invenzione dei bambini, per i bambini… riuscissimo ad imitare la libertà dei piccoli… potremmo trasformare la nostra società in un gioco infinito. Buon Natale a tutti e buon gioco!



Il Chierichetto

15 nov 2010

Lotta dei simboli: da Adro a Terzigno passando per Babele

Pare che ultimamente il ‘simbolo dia da pensare’! Mi permetto di rubare questa famosissima affermazione di Paul Ricoeur per esprimere quello che ascoltiamo alla TV e leggiamo dai giornali negli ultimi tempi. Qualcuno potrebbe dirmi di non aver assistito a nessuna disquisizione teoretica sul linguaggio né sui suoi strumenti… magari fosse stato così! In realtà si è intrapresa una vera e propria lotta del simbolo cercando di far dire ala simbolo ciò che esso non dice.


Ma che cos’è il simbolo?

Dovremmo utilizzare un numero intero del giornale per spiegarlo, ma quello che a noi interessa dire ora è che il simbolo porta in sé un significato convenzionale, cioè riconosciuto dai più. La bandiera italiana è un simbolo perché “rappresenta” cioè rende presente sotto un’altra forma, lo Stato italiano con tutto il suo popolo e tutti riconoscono nella bandiera non un semplice pezzo di stoffa, ma la Repubblica Italiana.
Quello che fà di un simbolo, una forza è il principio della rappresentanza. Infatti il simbolo evoca alla nostra mente una realtà, un prodotto, un luogo, uno sport, ecc. e lo rende presente non solo alla mente ma anche al corpo.

Pensiamo al tanto discusso Sole delle alpi (quello che troviamo nella bandiera della Lega Nord per intenderci!). Una scuola è piena di questo simbolo con la rivendicazione che esso rappresenti la passata storia dei popoli della pianura padana. Se così fosse, potremmo pensare che il Monte Sinai sia una terra della pianura padana (lì infatti vi ritroviamo questo simbolo) oppure che il palazzo di Assurbanipal sia in pianura padana anziché in Assiria, oppure che la Basilica di San Clemente a Roma in realtà sia stata trasportata interamente dalla pianura padana, o assurdo degli assurdi, che la campana Ischia, sia in realtà della pianura padana. In tutti questi luoghi ed epoche infatti ritroviamo siffatto simbolo e in tantissimi altri ancora come le terre celtiche, longobarde, ecc.

Eppure il famoso sole delle alpi lo si definisce identitario, ma per chi? Esprime per tutti una identità socio -politica? No, ma qualcuno vuole che lo divenga e da bandiera di partito (tale risulta registrato come marchio tutelato da copyright) a luogo identitario. Altrettanto emblematico è il caso del tricolore bruciato a Terzigno… qualcuno forse pensava di bruciare il simbolo di un Governo assente o lontano, oppure di bruciare l’appartenenza al popolo italiano, la sua fierezza di appartenere a questa Nazione?

In “alto” si minimizzano tali fenomeni, invece faremmo bene a preoccuparci perché tentare di confondere le lingue ci riporta alla tanto famosa Babele, e questa volta a cadere non sarebbe una torre ma qualche malintenzionato potrebbe approfittare della confusione per operare un delitto che da Adro a Terzigno, guarda caso, potrebbe avere un solo e unico morto: la nostra Italia, il nostro Popolo, la nostra storia!

Il Chierichetto

30 ott 2010

Perchè il gruppo dei Ministranti...?

Dedicato a tutti i ministranti della mia Parrocchia e a quelli che offrono il loro generoso servizio alla Chiesa intera!

Una delle prime realtà pastorali nate nella parrocchia Sant’Anna insieme al coro, è stato il gruppo dei ministranti nel quale si sono formati generazioni di ragazzi e di giovani con l’intento di servire Gesù e la Comunità specialmente all’altare.


Da esso sono scaturiti tanti catechisti, ben quattro sacerdoti, tantissimi papà e professionisti che nel proprio quotidiano portano, come un marchio, l’educazione al servizio, una necessità tanto cara da don Armando e dal diacono Antonio fino a don Nico e don Donato nostri attuali pastori.

Qualcuno si domanderà:<< Oggi nella nostra Parrocchia c’è chi si occupa della catechesi, chi della liturgia e ancora altri della Carità; qual è l’utilità di un gruppo dedito al servizio quando ormai la Comunità ha sviluppato in sé tantissime ministerialità? >>. O ancora altri possono pensare che il gruppo dei ministranti sia solo coreografico e funzionale alle complesse liturgie pasquali e natalizie. Altri ancora, potrebbero guardare al gruppo come una tappa di aspirandato al sacerdozio dove si incontrano ragazzini col sogno dell’esser prete. Taluni invece li possono considerare un peso, già perché quando ci sono tanti di loro significa che la messa durerà molto e ci sarà anche quell’insopportabile incenso! Tal altri infine, potrebbero pensare che i ministranti siano un gruppo di chiassosi giovanotti che quando si incontrano dentro e fuori dalle mura della chiesa, son buoni solo a fare schiamazzi disturbando magari il rosario o l’adorazione, commettendo errori o facendo risolini durante la messa.

Eh già, sicuramente il gruppo dei ministranti è tutto quanto detto ed è proprio per questo che la Comunità non può farne a meno. Curare questo gruppo di ragazzi e di giovani significa imprimere come un marchio a fuoco nella loro vita il desiderio di vivere “vicino” a Gesù e non solo sull’altare. Credere nelle possibilità di questo gruppo significa coltivare un giardino da cui poter cogliere i frutti nel momento del bisogno. Investire nella formazione dei ministranti significa fare dello spreco, perché essi sono un gruppo superfluo, ma dove c’è il superfluo significa che c’è abbondanza ed è in questo luogo di abbondanza che la Comunità può contare di attingere nuovi operatori pastorali, nuove forze che possano continuare a garantire alla famiglia parrocchiale vita e futuro!

Fregiarsi di un numeroso gruppo dei ministranti significa darsi la possibilità di curare anche nei minimi e, apparentemente, inutili dettagli, il momento più importante della vita della Chiesa, cioè l’incontro con Gesù nel miracolo dell’Eucarestia.

Godere di un gruppo dei ministranti significa circondarsi di vitalità, di gioia che solo i ragazzi sono capaci di portare nel grigiore dei nostri giorni. Usufruire di quel “chiasso” che lo stesso Giovanni Paolo II applaudì ed elogiò nella GMG del 2000 come segno di una presenza giovane nella Chiesa. Non sentire più quel baccano significherebbe pregustare una Comunità volta alla vecchiaia e forse alla morte.

Per questi e per mille altri motivi che non so scrivere dobbiamo essere contenti che esistano i nostri ministranti e impegnarci a pregare per loro e a favorire concretamente l’allargarsi del gruppo che sventola a nome di tutti lo stendardo del servizio. Non preoccupiamoci troppo del fracasso, dell’incenso, dei “pretini”, delle messe lunghe, del superfluo, infondo è lo stesso Cristo che per bocca di Paolo ci ricorda che << là dove è abbondato il peccato è sovrabbondata la grazia>> (Rm 5,20).

28 set 2010

Quando Persona fa’ comunione

Ricordo con affetto un libro che mi ha insegnato molte cose di Emmanuel Mounier “Il personalismo”, pietra miliare circa il pensiero sull’uomo moderno. L’uomo, rivisitato nella sua centralità e completezza all’interno del cosmo è inteso come persona che vive la sua realizzazione massima nella relazione. Il termine personalismo è di conio piuttosto recente (siamo nei primi del 1900) al contrario del sostantivo ‘persona’ che fonda le sue origini fra la filosofia classica greca (Aristotele) e l’era dei Padri della Chiesa.

Sapersi esseri relazionali, conoscersi nell’intimità più profonda come comunione e non divisione, tutto questo è uomo.

Però v’è un modo tutto strano di intendere oggi il personalismo, che cozza molto con quanto Mounier ci ha insegnato, una deriva terminologica che confina con l’egocentrismo.
Penso alla vita di molte comunità come la scuola, la parrocchia dove alcuni, arroccati sulle proprie posizioni, fanno del ruolo non un servizio, ma un protagonismo personalista. Don Pierino per esempio, tuona spesso su questo male che divide la comunità!

Eppure quando parliamo dell’uomo come essere relazionale (di aristotelica memoria) in realtà ci dimentichiamo della ricchezza del lavoro svolto in comunione là dove più teste limitate nel proprio io trovano una ricchezza tale che li aiuta ad andare oltre al limite personale.
Per esempio penso ai team dove i maestri di scuola elementare potevano insieme lavorare al molteplice e poliedrico sviluppo del bambino. All’epoca si parlava di rivoluzione nel campo educativo (solo vent’anni fa) mentre oggi ci ripieghiamo sul maestro unico che pare serva all’unitarietà del sapere, ma che in realtà, significa solo risparmiare!

In un mondo che vive un crisi così forte incentrata sull’uomo, quanto possiamo permetterci di risparmiare proprio sull’educazione dell’uomo? Quanto possiamo permettere che venga a mancare la possibilità di confronto e anche di scontro nel processo educativo del bambino?
Eh già, se anche nella politica assistiamo a uomini che non sopportano il contradditorio, che credono più in una centralità del potere piuttosto che nella pluralità sapientemente proposta dalla Costituzione? Non pensiamo che tutto ciò che è vecchio è sorpassato e va rinnovato, spesso invece, il vecchio nasconde saggezza (Aristotele docet!). Siamo alle solite…il pesce incomincia a puzzare dalla testa!

E non era forse un certo Gesù di Nazareth che insegnava a saper trarre dal forziere cose antiche e cose nuove?


Il Chierichetto

18 ago 2010

Fare cose grandi con piccole cose

Ricordate di quel monaco di cui vi parlavo qualche tempo fa? Ebbene ho avuto l’occasione di rincontrarlo e di imparare da lui altre cose davvero nuove.

Sono andato a trovarlo nel monastero dove abita, una casa tutta in pietra, grandissima e bellissima. Questa si affaccia su una vallata mozzafiato dove regnano la natura e i suoi suoni. Un posto quasi fiabesco, di quelli che portiamo segreti nel cuore e nel quale un po’ tutti vorremmo passare qualche istante della nostra vita; ebbene questo monaco ha restaurato un enorme edifico partendo da niente. Già è proprio così, niente. Voi direte che questa è una fortuna sfacciata, persino in questi tempi di crisi, ma lui la chiama Provvidenza. Sì, in effetti potrebbero essere punti di vista, ma fatto sta che io con un lavoro e un reddito mensile a malapena riesco a possedere un pezzettino di appartamento e lui, con niente quel ‘popò’ di monastero! Vedendomi allibito ed esterrefatto l’illuminato monaco mi ha confidato un segreto che vorrei confidare anche a voi, ma badate bene, è un segreto perciò custoditelo e fatene tesoro, ok?!

Oh, beh, parla facile lui tanto le cose gli cadano dal cielo!

Ritornando a casa questo segreto mi ha quasi logorato interiormente e credo di aver inteso il messaggio del frate. Così ho ripensato alla mia vita e a come spesso progetto in grande e vivo in maniera frustrante le mie giornate perché sogno cose al di là delle mie possibilità. Faccio proprio il contrario, sogno cose grandi e le vorrei realizzare con cose ancora più grandi… e mi sa che non sono il solo!

Se amassimo maggiorante le cose piccole che ci sono accanto, fossero semplicemente il piccolo fiore nel vaso del nostro balcone, una giornata serena trascorsa al mare o su di un’altura fresca, oppure ancora un bel bicchiere d’acqua piacevolmente fredda in una torrida giornata estiva allora sì che potremmo far cose più grandi. Stanchi e avviliti dal caldo, grazie ad un semplice bicchier d’acqua potremmo fare qualche passaggio di palla con il nostro bambino, oppure trovare la forza per sorridere insieme a nostra moglie o a nostro marito per un pranzo non ben riuscito. O pensiamo ad un bella e rinfrescante aria montana, se la respirassimo fino a farla penetrare dentro le nostre midolla ci sentiremmo rinfrancati, più vigorosi e scesi dal monte potremmo affrontare una nuova settimana lavorativa. Ecco le piccole cose per farne delle più grandi.

In questi giorni la vita politica della nostra amata Italia è in fibrillazione; credo che si avvicini il tempo del discernimento politico per tutti e se vogliamo discernere per il bene di tutti e non solo dei singoli o di alcune categorie della società imprimiamo a fondo le piccole cose belle e piacevoli di queste ultime ore estive e impariamo a diffidare di chi propone grandi mete con grandissimi progetti. Cerchiamo la saggezza del vecchio monaco che abita in fondo a ciascuno di noi, che affonda le radici nei nostri antenati, e riponiamo la nostra fiducia in chi, con piccoli, ma saldi passi ci prospetterà grandi novità. Infondo se Abramo c’è l’ha fatta perché non posso farcela io? Se Davide da piccolo pastorello è divenuto un grande re, perché non posso farcela anch’io? Se tanti uomini come me sono diventati grandi nella storia perché, nel mio piccolo, non posso farcela anch’io?
Desideriamo le piccole cose, certi che “mattone su mattone verrà su una grande casa”!

Il Chierichetto

26 lug 2010

Per una vacanza piena

Molti di noi in questo mese hanno la possibilità di vivere un distacco dalla solita routine della vita lavorativa, è il tempo che tutti chiamiamo “vacanza”. È una parola così bella!! C’è forse qualcuno che si può sentire rattristato al sapere di poter vivere una vacanza? Eppure la bellezza della vacanza è dotata di un’arma a doppio taglio. Infatti nella sua radice latina essa definisce il “vuoto”!

Quindi come ogni cosa bella che si rispetti anche la vacanza ha il suo lato oscuro, pericoloso. Tutto sta a noi. Abbiamo la possibilità di fare di questo periodo vuoto dal lavoro ordinario, un periodo pieno per la vita personale e familiare.

Anch’io, libero dai miei impegni, mi sono allontanato da don Pierino (immaginate che vacanza desiderata!!) per potermi godere un periodo tutto per me. E in questo vuoto di cui avevo bisogno ho fatto un’esperienza che mi ha cambiato il modo di vedere le persone, le cose, il mondo! Ho sperimentato la forza dell’Amore.

Guardate che vi ho visti, con quel sorriso sornione… mica mi sono innamorato eh?

Ho assistito ad una scena nella quale un padre ed un figlio si sono riconciliati (e non sto parlando di una replica di “Carramba, che sorpresa”) ma di un figlio che per un astio antico verso il padre ha condizionato tutte le sue scelte e le scelte di quelli che sono stati sua moglie e i suoi figli. È andato a vivere lontano dalla sua casa, ha scelto un lavoro per sé penoso perché differente da quello consigliato dal padre e che in fondo, lui stesso preferiva. Ha tolto la gioia di vivere fra nipoti e nonni, e soprattutto ha annullato la sua paternità per paura d’essere come il padre creando non pochi problemi a suoi figli. Non sto parlando di uno sfigato, ma di uno di quei atteggiamenti che ciascuno di noi può aver messo in atto nei confronti di un familiare o di un ex. Semplicemente vivere una cattiva relazione con una persona può sconvolgere l’intera nostra vita e, come una reazione a catena inondare anche la vita di coloro che vengono dopo di noi.

E sapete qual è la cura, l’unica vera cura possibile? L’Amore. Essere capaci di fermarsi, di riconoscere amorevolmente il proprio limite, il proprio ruolo. Quel figlio ha scoperto di aver vissuto la sua relazione con il papà non come figlio, sottomesso, cioè conscio dell’autorità biologica di suo padre, ma come un competitore, un ‘alter pater’ creando così un infelice squilibrio in sé e nei suoi cari.

S’è inginocchiato davanti al padre, ha accettato finalmente la sua sottomissione filiale, ed ha pianto, pianto fino a liberarsi di tutto il rancore ingiustamente accumulato: Ha preso dentro di sé quell’immagine e ne ha fatto il caposaldo della su personalità rinnovata. Oggi quel figlio, ha cambiato lavoro, è realizzato nel’intimo, i suoi figli hanno finalmente scoperto cosa significhi avere un padre, sua moglie ha scoperto un marito e non un terzo figlio da accudire. Tutto per merito dell’Amore.

Vi sembrerà il riassunto di un romanzo, ma se ciascuno di noi usasse questo tempo di vacanza per fare il più piccolo gesto d’amore per una persona cara, anche se lontana mille miglia, anche se defunta, allora riempiremo questo tempo dell’unica medicina vera di cui il nostro mondo ha tanto bisogno: l’Amore

Buona estate a tutti, buona vacanza piena d’Amore!

Il Chierichetto

28 giu 2010

A proposito di Mondiali…

Vorrei tanto parlavi di calcio. A dire il vero l’argomento non mi appassiona molto, ma i mondiali sono sempre i mondiali. Essi hanno quel ‘non so che’ tale da renderli particolarmente fascinosi.


Sarà per questo che tutti ci facciamo ammaliare da tale evento sportivo fino a identificarci interamente con la squadra. Nazione = ‘Nazionale’ e pertanto fa’ Italia.

Eppure con grande rammarico ho assistito a scene di ingiurie e insulti nei confronti di quei giocatori che poco fa definivo ‘specchio’ della nostra Nazione. Fino a quando vincono sono nostri modelli, ma quando perdono non meritano nemmeno di fregiarsi di quell’ azzurro che è marchio di italianità doc.

Io credo invece, che anche nel perdere questo evento sportivo la Nazionale continui a mostrare lo specchio di una nazione che si involve socialmente. Una Nazione che manifesta sempre più palesemente la sua incapacità di accettare l’altro, il diverso, colui che pur se perdente è un uomo che merita rispetto poiché uomo. Non sto parlando di filantropia gratuita, ma di umanesimo. Già la patria dell’Umanesimo pian piano sta lasciando spazio alla cultura del disumano, dove è possibile offendere, ingiuriare, calunniare per il gusto del pettegolezzo e nel peggior dei casi per affondare l’altro. L’Italia, dalla patria del “volemose bene” alla cultura dell’ ”homo homini lupus” (uomo lupo per l’altro uomo).

Vorrei tanto dire grazie alla Nazionale: grazie perché ha deciso di rappresentarci davanti al mondo, grazie perché non protesta rumorosamente contro chi l’ingiuria, grazie perché ci ha dato l’opportunità di poterci guardare dentro, come in uno specchio e scoprire ciò che non va in noi.

So benissimo che mentre leggi queste righe tu stia pensando all’esagerazione di un chierichetto bigotto, in realtà posso essere anche un amico che ti vuole bene e, come un vero amico, ti aiuta a tirar fuori da te le cose buone e aiutarti a liberarti di quelle cattive.

Amiamo l’Italia e con essa tutti coloro che li abitano, non ingiuriamoci vicendevolmente, non cerchiamo la morte dell’altro perché senza l’altro saremmo morti anche noi. La vera realizzazione dell’uomo e la società e la giusta società la fa’ ciascuno di noi. Risvoltiamoci le maniche e prendiamoci a cuore le gioie e le miserie altrui. Condividendo costruiremo un futuro migliore.



Il Chierichetto

18 mag 2010

La pecorella smarrita

Educare risulta una cosa complessa e gravosa. A volte non si comprende a chi tocchi essere educato oppure chi ha bisogno di ricevere educazione. Attenti, non sto parlando mica di “bon ton”! quando parlo di educazione mi riferisco alla capacità di tirar fuori dalla persona tutto ciò che la rende tale, cioè essere umano.

Allora la pensate come me? Già, tutti abbiamo bisogno di essere educati e tutti siamo chiamati ad educare .

Mi chiedo però, perché il mio caro don Pierino questo non lo voglia capire. Qualche giorno fa’ l’ho intravisto sbraitare contro un ragazzino che a dire il vero chiamarlo discolo è molto poco, e concludere la sua sfuriata cacciandolo definitivamente e intimandogli di non avvicinarsi più alla chiesa. Aveva proprio perso le staffe!

Eppure, alcuni minuti dopo, sale al presbiterio per la messa e nella sua predica parla di orfani spiegando che Gesù, ascendendo al cielo non ci lascia orfani e che nessuno, nella comunità cristiana deve sentirsi orfano perché lì, nel parroco, nel fratello trova Gesù che lo accoglie e mai lo abbandona.

Io ho pensato:<< e quel monellaccio di Alessandro (cos’ì si chiama il discolo!)? >> ora che non può più avvicinarsi alla chiesa, è orfano? Lui non ha più un parroco e nemmeno un fratello e nemmeno una comunità cristiana! Chissà se don Pierino mentre predicava ha pensato ad Alessandro!

Educare è una cosa grossa… nessuno si può permettere di escludere, di allontanare di chiudere gli occhi davanti ad una persona avviluppata in se stessa che non è capace di far trasparire tutta la beltà di essere uomo. Siamo educatori colpevoli nel momento in cui cacciamo da noi chi invece ha bisogno di aiuto, siamo giardinieri incompetenti quando vediamo un albero che a fatica produce frutti e invece di concentrare su di lui le nostre attenzioni con la potatura, la concimazione ecc. decidiamo di tagliarlo e darlo al fuoco!

Impariamo ad indignarci di fronte all’esclusionismo! Il male non va allontanato da noi stessi, ma va tramutato in bene e nessuno può sentirsi autorizzato ad escludersi da questo processo perché altrimenti creeremmo nella nostra società la possibilità di avere uomini ‘non-uomini’, di avere cittadini ‘non-cittadini’, cristiani ‘non-cristiani’. Diventeremmo tutti colpevoli di un inquinamento tale da trasformare la nostra civiltà in ‘inciviltà’. È questa l’emergenza educativa che stiamo vivendo nel nostro oggi.

Il ladro non annientiamolo, educhiamolo! L’evasore di tasse non annulliamolo, educhiamolo! Il pedofilo non condanniamolo a morte, educhiamolo! Anche il discolo Alessandro non cacciamolo dalle nostre famiglie, dalle nostre parrocchie, dalle nostre città, ma educhiamolo!

Ricordate tutti quel Pastore che abbandonò il suo gregge di novantanove pecore per cercare quell’unica perduta? E secondo voi perché s’era perduta? Perché non era una pecora in pienezza. Quel Pastore l’aveva capito e per amore di quella pecora ‘non-pecora’ è corso a cercarla riportandola nel gregge sulle sue spalle.

Ricordiamoci che educare è sinonimo di “AMARE”. Operiamo nella nostra civiltà la rivoluzione dell’amore.


Il Chierichetto

18 apr 2010

La lotte tra il bene e il male

Pensate un po’: potrebbe farci del male sapere che un nostro caro abbia combinato qualcosa di sbagliato? Dal furto della gallina fino a togliere la vita di qualcuno?
Credo che sarebbe un dolore tremendo ancor più del male che il nostro familiare abbia potuto commettere.

Questo è il potere del male! Il male è così potente da non fermarsi al semplice episodio tragico, dannoso; è una realtà che non si ferma all’atto circoscritto e alle persone coinvolte, ma dilaga, si espande come una tanica di petrolio riversata in mare. Diventa difficile fermarla, necessita di numerose barriere che ne ostacolino il fluttuare, e nel frattempo crea altre vittime. Infine, una volta recuperato per poterlo smaltire, lo si brucia, creando ancora altro male attorno a coloro che ne respirano l’aria.

E il bene? Cosa può il bene contro il male? Perché non è così dilagante, infestante, contagioso? Dov’è il bene?

Lo so, viene difficile anche a me poterlo trovare eppure il bene è in quelle barriere, se pur deficitarie, negli sforzi di eliminare le scorie di questo petrolio assassino, nel fuoco che cancella il suo operato. Insomma il bene è ovunque in tanti piccoli gesti, in piccole persone impegnate, nei sentimenti scatenati, il bene è l’insieme dei piccoli pesci che facendo branco allontanano il predatore, negli stormi incantevoli che danzano nel cielo mostrando la bellezza e allo stesso tempo dimostrando che c’è bisogno di tutti perché il rapace possa essere sconfitto. Tutto ciò, non esime dalla possibilità di vittime, di pesci, uccelli, uomini, che impieghino la loro vita a tal punto da donarla totalmente per sconfiggere ciò che è male.

In questi giorni lo scandalo della pedofilia nella Chiesa ci sta turbando molto. Pesate a me, piccolo chierichetto dell’altare…

Indignamoci di fronte al male, alziamo la voce contro le colpe, sradichiamo da noi l’erba cattiva, amputiamo il membro del nostro corpo che da’ scandalo, potiamo il tralcio infruttifero e buttiamolo nel fuoco… però non sradichiamo l’intera vite altrimenti non avremo più vino; non amputiamoci anche glia arti buoni, altrimenti resteremmo paralizzati per sempre; non sradichiamo il grano assieme alla gramigna, altrimenti che pane potremo offrire a i nostri figli?

Se nella Chiesa qualcuno ha sbagliato è legittimo anzi, necessario e improrogabile che venga giudicato secondo giustizia. Questo è il comandamento di Gesù Cristo! Ma gli altri che sono Chiesa, non tirino i remi in barca, anzi capiscano che devono lavorare ancora di più e meglio, che devono rinnovarsi nel cuore prima e poi nelle azioni, che facciano copro contro il male certi che Lui ha promesso: << le porte degli inferi non prevarranno contro di Essa>>.
                                                                                                                                   Il Chierichetto

30 mar 2010

Malati di potere

Ultimamente ho avuto una strana allergia alla parola “potere”. Non so precisamente perché,  ma mi sono accorto che appena sento qualcosa che abbia a che fare con la prevaricazione di un uomo su di un altro in virtù del suo ruolo, tutto questo mi causa prima un certo fastidio, poi un inconsapevole prurito alla testa, infine una stato nauseabondo.  

Come potrei definirla se non reazione allergica?

Sono convinto di non essere solo davanti a queste manifestazioni pseudo mediche, ma credo che tutto ciò sia il minimo se pensiamo ad un uomo che con la scusa di essere il responsabile, la guida, il punto di riferimento, detti ogni momento leggi, imponga azioni, e chieda sempre conto dell’altrui modo di vivere e di pensare.
Nella vostra testa starà forse scorrendo una lista di politici vero? Ma non sono i soli: si uniscono preti, dirigenti, professori, medici… sarà forse la malattia del potere?
Qualcun altro invece, vorrà forse contraddirmi dicendo che debba necessariamente esistere qualcuno che direzioni le azioni di molti. Pensiamo al prete che guida una comunità di fedeli.. se ciascuno facesse di testa sua sarebbe una rovina ancor maggiore!
Sì, sono d’accordo, ma  a questo punto non si parla di spadroneggiare sulla vita altrui, bensì sul favorire il bene e l’incolumità fisica o spirituale degli altri!

Significa essere come un buon padre o una buona madre, capace di aiutare il  proprio figlio a compiere autonomamente il bene. Senza pensare che possa essere troppo piccolo per capire, ma amorevolmente, in base all’età, condividere con lui azioni, scelte, indirizzi di vita. Pensate che un figlio vivrà sempre un tale operato come oppressione o come servizio?
Inoltre una buona guida politica, spirituale, manageriale, deve saper essere attento ai segnali che giungono dal basso. Il bambino (per tornare all’esempio) invia segnali sull’effetto delle decisioni genitoriali, a volte segnali anche nascosti che solo un buon genitore sa cogliere. È grazie a questi segnali che si può crescere come “guide”, è grazie all’alunno che posso diventare un buon maestro, grazie al suddito posso divenire un buon governante, grazie al fedele un buon parroco!

Nella domenica delle palme don Pierino parlava dell’autorità di Gesù. Eh già! Lui sì che sapeva essere una buona guida… ascoltiamolo: <<chi vuole essere primo fra voi si faccia servo>>.
Ci sembrano strane queste parole, farsesche direi, o per alcuni esemplari, ma che vanno interpretate.
Già, molte parole della Bibbia vanno interpretate, ma queste sono tra quelle poche che vanno prese alla lettera.

Vorrei tanto che la mia allergia passasse e voi? Incominciamo anche noi ad essere “servi” di chi ci sta accanto. Non è poi impossibile, significa solo cercare il vero bene per l’altro e non di se stessi.

                                                                                                                      Il Chierichetto


16 feb 2010

Guai a voi!

C’e sempre qualcuno che si scandalizza di don Pierino, di ciò che dice o fa’. Per non parlare poi del politico di turno, che magari imbroglia, fa’ i suoi interessi o quelli di coloro a lui vicino. E noi quotidianamente ci scandalizziamo, puntiamo il dito, condanniamo senza pietà!

Proprio non possiamo fare nulla perché queste persone non combinino simili pasticci? Non abbiamo alcun potere?

Ricordo che un giorno, mentre dialogavo con un vecchio e saggio (due doti non sempre compatibili) prete mi raccontava:<< ogni Comunità ha il prete che si merita!>>. Queste parole mi lasciarono allibito, quasi incredulo. È possibile che il comportamento così noioso di don Pierino sia colpa di tutta la Comunità? Possibile che sia anche colpa mia?

Continuando il dialogo con il vecchio Curato capii che infondo il prete prima di essere tale è stato un figlio, magari uno zio, un amico, un fratello, un parrocchiano come tanti altri; e dove ha imparato ad essere colui che è se non nella sua famiglia, tra i suoi amici, nella sua Parrocchia? E se ha coltivato certi vizi anziché certe altre virtù sarà anche causa del contesto familiare, della sua cerchia di amici, della sua Comunità di appartenenza.

Pensate un po’ se tutto questo è vero: chi dovremmo additare per gli scandali, chi dovremmo additare,per gli imbrogli o per altro, il politico perverso, il religioso che dà cattivo esempio o noi stessi? Pretendiamo da chi ci governa onestà, ma se molti di noi evadono le tasse? Pretendiamo dai preti integrità morale, ma se molti di noi oggi viviamo da dissoluti!

Guardiamo ai nostri bambini e facciamo di tutto per dare loro il buon esempio, non solo insegnando con le nostre parole, ma soprattutto con il nostro comportamento. Stiamo attenti a non scandalizzarli con le nostre azioni malvagie, con le nostre scelte incoerenti, con i nostri commenti e giudizi feroci. Loro domani saranno i politici, i preti, i maestri, gli scienziati, gli attori del mondo e se non riusciranno a dare il meglio di sé molto sarà per la nostra incapacità di vivere da uomini e donne onesti, integerrimi.

Il più grande Maestro di tutti i tempi disse: << guai a voi se scandalizzerete uno dei vostri fratelli più piccoli, sarà meglio per lui che si leghi una macina al collo e si getti in mare>>.






Il Chierichetto

18 gen 2010

È davvero tempo di Apocalisse?

Negli ultimi tempi non è difficile imbattersi in trasmissioni dal titolo “apocalittico” o da testate di giornale che intravvedono la fine dei tempi dietro l’angolo; ma è proprio così o non è altro che un allarmismo millenarista e al tempo stesso esoterico?
Sentivo don Pierino che qualche giorno fa predicava ad un gruppo di uomini distinti parlando di Apocalisse! Ne ha dette tante di cose, ma una mi ha veramente colpito.
La parola Apocalisse non ha nulla che vedere con il disastro finale che aspetta il nostro pianeta, ma semplicemente questo termine significa “rivelazione”.
Così mosso da grande curiosità ho incominciato a sfogliare le pagine dell’omonimo libro che conclude la Bibbia e mi sono imbattuto in un racconto, che ha sì dei tratti oscuri, ma riempie il cuore di speranza e di serenità dinanzi a quanto di più oscuro possa accadere.
La mente è così volata in un Paese lontano, ma mai come ora vicino al cuore di molti: Haiti.
Immagini d disperazione e dolore che si accavallano davanti ai nostri volti, durante i momenti di relax, o mentre siamo impegnati nel pasto quotidiano; e come ritualmente facciamo in questi casi, cerchiamo un colpevole!
Davanti ad un disastro naturale non si può che invocare Dio e attribuire a lui colpa o salvezza.
Purtroppo solo ora guardiamo ad Haiti, solo ora ci soffermiamo davanti a volti di uomini annullati della loro umanità.. ma loro già soffrivano, già morivano di fame, già abitavano baracche pericolanti, bevevano acque stagnanti, già da tempo avevano perso la loro umanità.
Oggi ci siamo e dimostriamo a noi stessi e al mondo intero che siamo capaci di preoccuparci di un altro uomo che soffre, che possiamo sollevarlo dalla sua miseria e donargli la speranza di una vita più umana. Oggi il mondo sta dimostrando il meglio di sé, non dimentichiamolo. Già perché così come siamo lesti ad aiutare siamo ancor più spediti a dimenticare.
Questo disastroso terremoto può essere occasione di “Rivelazione”: dimostrare a noi stessi che possiamo debellare la fame, la sete, la nudità di ogni uomo…basta volerlo!
Dov’era Dio quel giorno? Era in attesa che le mani di ciascun uomo della terra si levassero per tendersi verso chi attende un aiuto.


Il Chierichetto