27 nov 2009

Ad ogni giorno la sua crisi

Chissà quanti come me sono stanchi di sentir echeggiare sempre la stessa parola: Crisi. Dal telegiornale alla radio, dal blog ai giornali…persino dal parrucchiere!


Anche la Chiesa non si risparmia…sarà che va di moda! C’è la crisi della famiglia, la crisi della morale, la crisi politica, ma quella che più ci fa preoccupare è la crisi economica.

Banche che perdono capitali, finanziarie e assicurazioni che falliscono, potere d’acquisto ai minimi storici…

Possibile che questa sia una parola così oscura? Possibile che dire crisi significhi dire “è finita”?

Qualche tempo fa’ ascoltavo don Pierino tuonare durante la predica:« abbiamo dimenticato che significhi confessarsi. Nessuno più si accosta al sacramento della confessione. Ormai la confessione è un sacramento in crisi ». Dopo qualche settimana, a pochi giorni dal Natale, la chiesa era affollatissima. Una fila di gente, da far invidia allo sportello più trafficato delle Poste, tutti in coda al confessionale in attesa del proprio turno. Ad un tratto don Pierino, arrabbiato balzò fuori urlando: « Basta! Sono tre ore che confesso, ma tutti oggi dovevate venire? ». Credo che il suo problema sia uno solo: è un grande predicatore!??

Crisi deriva dal greco κρίσις (krìsis) e significa giudizio, decisione. Perciò avere una crisi significa, trovarsi in una situazione difficile, problematica, ma che ci dà la possibilità di guardare faccia a faccia il problema, poterci riflettere, ipotizzare delle soluzioni per prendere poi la giusta decisione. Trovarsi difronte ad una crisi significa trovarsi dinanzi alla possibilità di crescere, migliorare, fare un salto di qualità nel nostro quotidiano.

Non dobbiamo aver paura della crisi della famiglia urlando “al lupo, al lupo”, ma trovare il coraggio di fermarci seriamente a guardare negli occhi il problema, capirlo fino in fondo come parte di noi e poi prendere una decisione che garantisca il più ampio margine di bene per tutta la famiglia. Questo vale anche per i problemi etici, come la tanto discussa eutanasia: guardiamola diritta negli occhi, analizziamola nel profondo di tutto ciò che implica, non come semplice criterio, ma come applicazioni su esseri umani viventi. Solo allora prenderemo giuste decisioni in merito.

Infine, troviamo il coraggio di “ringraziare il cielo” per la crisi economica che attanaglia il globo terrestre. Oggi abbiamo la possibilità di trasformare la nostra economia globale, da esclusivista ad inclusiva di tutti gli abitanti della terra. Non più economia solo per chi è ricco, ma anche distribuzione equa della ricchezza per ogni cittadino del nostro villaggio globale.

Diciamolo ad alta voce: che bella la crisi!







Il Chierichetto

Che cos’è la Legge?

Negli ultimi tempi sembra che tutto verta attorno alla “giustizia” intesa come organo che si occupa del rispetto della legge. Il nostro panorama italiano è così immerso in questa realtà a tal punto che sui giornali e in TV non si sente altro che parlare di giustizia come il vero e grande problema del nostro Paese. Sembra che ogni due mesi circa dobbiamo avere “grande problema” da risolvere e che lo si possa risolvere promulgando una legge. Anche quando appaiono scompensi a livello politico tra i vari poteri dello Stato altro rimedio non v’è che fare una nuova legge. È possibile che la vita politica di un Paese sia fatta tutta e solo di ‘Leggi’?


Io, che di Legge ne capisco poco o nulla, a pelle, ho la sensazione che ci sia una distorsione sul valore da attribuire a tutto ciò che appartiene al codice regolamentatore di una Nazione.

Innanzitutto ho l’impressione che siamo di fronte alla personificazione della Legge. Mi spiego meglio.

Il regolamento, che è un insieme di parole scritte e pubblicate, ha caratteri quasi umani, sembra incarnarsi in un essere con braccia forti per operare, per attuare il suo pensiero, gambe lunghissime capaci di raggiungere chiunque e dovunque, ma la testa…, la testa mi sembra troppo piccola, incapace di andare al di là dell’idea che ha dato i natali a tutto il suo essere. Per non parlare del cuore: inesistente, a tal punto da trasformare questo essere umanoide in una realtà incapace di discernere. Pensiamo alla legge sull’immigrazione, oppure allo scudo fiscale o ancora ai tanti “lodi” tentati e mal riusciti. Cadono sul cittadino come spade di Damocle.

Ricordo di aver ascoltato una volta una affermazione che suonava in questo modo: << non è l’uomo per la legge, ma è la legge che è per l’uomo>>.

Dare per vero questo principio significa che, la nostra personificazione della legge è un tentativo di incarnare questo principio, ma con un grande difetto: che fine ha fatto l’uomo?

Questo interrogativo mi sorge dal momento in cui sento parlare di una legge che regolamenti la giustizia, quell’organo democratico (anche se non eletto direttamente dal popolo) che si occupa del rispetto della legge.

Non credo di aver capito bene di cosa parli questa legge, ma vivo un grande timore, cioè quello di cadere in un mondo dove tutto sia arrovellato da leggi così inestricabili, che di fronte ad una legge che vuole semplificare il tutto rischi che, per l’esemplificazione, si sacrifichi la Giustizia, intesa come equità per tutti e certezza di ottenere il rispetto dei propri diritti di fronte ad un nostro simile che i diritti degli altri li calpesta.

Io, da buon chierichetto, che di politica non capisce niente , voglio solo cercare Dio anche nelle leggi che regolano la mia vita ed ho scoperto che la migliore legge sotto la quale posso vivere con la certezza che non sia un umanoide, è governata dal principio della strumentalità della legge.

Allora la legge è lo strumento cioè solo la possibilità che ogni uomo ha di far crescere il bene comune, quel bene che non guarda il volto di nessuno, né il gonfiore del suo portafoglio e tanto mento il modo con cui ciascuno si inginocchia e prega Dio nel suo cuore. Il bene comune è il fine raggiungibile anche con la legge, lo strumento che, messo nelle mani dell’uomo non gode solo di forti braccia e lunghe gambe, ma di un cuore capace di discernere il bene e il male e una testa aperta anche all’idea contraria a quella che la stessa legge popone. Forse, solo così potremo vivere in un mondo dove la legge è per l’uomo, per tutti gli uomini.

Il Chierichetto

È tempo di Indulgenze

Stavo curiosando nella polverosa libreria di don Pierino (pare che ami la lettura!?) e mi sono imbattuto in un libretto con una copertina paonazza e una scritta dorata dal titolo “Manuale delle Indulgenze”. Che sarà mai un’indulgenza?


Sono corso al mio amico fedele, il vocabolario e, per dirla in soldoni, ho scoperto che indulgenza significa “sconto”. Infatti da secoli la Chiesa usa fare vere e proprie cancellazioni delle pene connesse ai peccati che quotidianamente commettiamo. Cioè, quando compio un’azione malvagia commetto un peccato e questo peccato commesso mi procura anche una pena che dovrò espiare o con sacrifici e digiuni oppure con il Purgatorio. Insomma, il peccato lo devo confessare e poi devo espiare. L’indulgenza mi guadagna un vero e proprio sconto sulle pene che ho da espiare.

In realtà le indulgenze non sono un annullamento sic et simpliciter, perché la pena va espiata. La Chiesa custodisce un vero e proprio scrigno di opere buone, di penitenze in sovrappiù compiute dalla Vergine Maria e dai Santi di tutti i tempi e di lì attinge per espiare le colpe di coloro che ricevono il dono dell’indulgenza. Quindi è uno sconto fittizio, in realtà si paga e anche tutto!

Ora ho capito cosa significa essere indulgenti: non significa esser bonaccioni, ma venire incontro a chi si trova in difficoltà nei miei riguardi ed aiutarlo a riallacciare i rapporti sereni. Io perdono una parte del suo comportamento e lui mi rivolge delle piccole scuse. Così avviene che nell’atteggiamento indulgente c’è una parte di mio e una parte dell’altro.

Tutto ciò mi ha fatto venire in mente quel gran trambusto attorno al famoso “scudo fiscale”. Non capisco il perché di tutto questo scompiglio. Non si è mica parlato di indulgenza fiscale! Se così fosse innanzitutto bisognerebbe richiedere la confessione dell’evasore e non salvaguardare il suo anonimato e poi bisognerebbe impegnarlo a restituire allo Stato una piccola percentuale del maltolto. Il resto? Ebbene, quello dovrebbe accollarselo lo Stato. Il guadagno della faccenda sarebbe non tanto il 5% dell’evaso, quanto piuttosto che venga fatta giustizia verso tutti coloro che sono stati frodati e mettere in condizione l’evasore di non farlo mai più.

Tutto questo se fosse Indulgenza fiscale!

Invece è “scudo” cioè io non confesso un bel niente, ti pago un’inerzia rispetto a quanto frodato e di tutto quello che io devo alla collettività è lo Stato che lo esce di tasca sua (cioè la collettività stessa). Più protetto di così.!?Anzi, non dovrebbe allora essere chiamato “armatura” fiscale?

A ragione si dice che in Italia è stata inaugurata una nuova moralità: quella dove c’è chi paga due volte e chi non paga mai.



Il Chierichetto