3 ott 2009

Non uccidere

A chi non è capitato di doversi sentire:« dai, fai un sacrificio! » oppure « dai… fai questo piccolo sacrificio per me! ».


La mia mamma spesso usa quest’arma a doppio taglio per costringermi a svolgere qualche lavoretto e io spesso acconsento!

Quello però, che mi ha mandato più su di giri è quando, la scorsa domenica, don Pierino dall’altare pontificava: « e ci sono da risistemare le aule del catechismo, bisogna comprare le sedie nuove, ed è per questo che a tutti chiedo un piccolo sacrificio!». Ci risiamo… rieccoci con la tattica del “senso di colpa”. E pensare che il sacrificio era ritenuta un’azione così importante. Sacrificare significa ‘rendere sacro’ , trasformare in “cosa sacra”.

Gli antichi ebrei avevano una grandissima considerazione del sacrificare a Dio. Essi ne conoscevano numerose tipologie tra cui la più importante era l’ “olocausto”(in ebraico ‘olâh). Esso consisteva nella combustione della vittima sacrificale senza che ne rimanesse nulla, mentre il sangue veniva versato attorno all’altare.

All’inizio questa cosa mi è sembrata orribile, ma poi studiandoci su ho scoperto che per un ebreo il suo animale era la cosa più importante dopo un figlio. Offrire uno dei migliori di questi animali era quasi come se l’ebreo offrisse se stesso a Dio.

Ogni hanno commemoriamo lo scempio umano della “Shoah”! Come poter dimenticare? Come poter giustificare tali atti di crudeltà gratuita? Come poter affermare la falsità storica di un sì tale passato? Non si può fare questo senza essere in qualche modo complici.

Io ho sempre tremato e riflettuto davanti tale tragedia, ma oggi ho scoperto una barbarie in più: molti ebrei sono stati oscenamente uccisi con il gesto che per la loro storia era il più sacro: l’olocausto.

Nessun Dio può aver mai gradito una simile offerta, nessun Dio può giustificare ennesime morti, nuovi stermini. Nessun Dio può ritenere sante le uccisioni di Gaza, né quelle afgane o irachene. No,  Dio non sorride davanti all’uomo che muore perché uccidere un uomo significa mettere a morte Colui che ha creato l’umanità simile a sé, parte di sè stesso. L’omicidio non è un sacrificio, ma un vero è proprio “Deicidio”.



Il Cherichetto

L’uomo ha paura della sua umanità

Spesso ho l’occasione di salire sul campanile della chiesa. Don Pierino mi ci porta spesso, non per farmi ammirare il panorama, no di certo! Mi tocca salir lassù per spazzare tutto quello che i colombi lasciano qua e là. Eppure basta affacciarmi da una feritoia per ritrovarmi in un altro mondo.


L’altro giorno ho visto qualcosa che mi ha lasciato molto perplesso: ho visto una società che ha paura della morte. Come – mi chiederete – paura della morte? Ma se noi siamo tra le società della storia più longeve?! Ma se noi la morte l’affrontiamo?!

Certo, noi la morte l’affrontiamo, ma non la vinciamo. Guardiamo il caso dell’eutanasia… di coraggioso secondo me vi è ben poco. È come se siamo consapevoli di dover perdere la guerra e invece di combattere fino all’ultimo, ci lasciamo martoriare dal nemico senza reagire. Il caso dell’accanimento terapeutico è anch’esso un falso coraggio. Ci illudiamo di combattere, sfidiamo la morte come se fossimo tra i più valorosi.

Ho visto una società che ama il verbo “preservarsi”. Desideriamo preservarci nei riguardi delle malattie, ci preserviamo dalle relazioni profonde con altre persone, ci preserviamo dal tendere il nostro aiuto a chi è in difficoltà con la paura di rimanervene legati. Insomma, una società del preservativo.

Ho visto anche la società del delirio dell’onnipotenza poiché riteniamo di poter controllare ogni cosa, le stagioni, i cambiamenti climatici, le maree, la forma del nostro territorio, e pretendiamo di chiamare tutto con il nome di “progresso”. Pensiamo che il ponte sullo stretto ci sia indispensabile, e tutte le famiglie che cadono in povertà le lasciamo con pochi spiccioli. Non vi sembra una società del regresso?

Meno male che una volta l’anno giunge a noi la festa di Pasqua.

Il mondo intero vi vede il tempo della rinascita, la vittoria sul silenzio invernale, sul grigiore di una natura addormentata e spoglia.

Per altri è l’inizio del nuovo anno, il punto di partenza che ha per signore non l’uomo, ma tutto ciò che lo circonda.

I cristiani infine, vedono la vittoria contro ogni paura, contro ogni sofferenza che pone l’uomo non al disopra della creazione, ma nel cuore di tutto il creato.

Per fortuna che viene la Pasqua. È l’occasione giusta per ricordare a noi stessi la gioia della nostra esistenza che è fatta di festosità e tristezza, benessere e sofferenza, pace e guerra, vita e morte e poi…. ancora vita!

Oggi mi sono riaffacciato alla finestra del campanile, ho infilato la testa nella feritoia e ho sognato questa società pasquale.



Il Chierichetto

La fede fa' l’uomo

Quando don Pierino mi telefona all’ora di pranzo non sono mai belle notizie. Infatti, mi avvisa sempre per andare ad aiutarlo ad un funerale.


La morte… che cosa brutta! Non c’è niente che mi rattristi quanto una persona defunta. In questi anni che do una mano a don Pierino ne ho visti di morti di tutti i tipi: per vecchiaia, per malattie, morti per eventi tragici. Però, che cosa difficile celebrare un funerale nelle feste di Pasqua. Diciamo che la Pasqua è vita, è gioia, risurrezione… e poi ci troviamo a piangere per un defunto.

Per non parlare della tragicità del Terremoto che ha scosso le terre d’Abruzzo. Quanta tragedia che fa gridare: dov’è Dio?

Allora sorge il dubbio: ma ci riempiono di chiacchiere, ma forse sono tutte frottole che ci raccontano don Pierino e altri come lui. Allora raccontare la Pasqua è solo un business per preti e dintorni!

Certo che se le cose stanno così ci siamo fatti prendere in giro per ben duemila anni?!

Eppure che volete da me, io ci credo, ma ci credo con tutto me stesso. Questo è quello che si chiama potere della fede, fiducia illimitata, affido sconfinato.

Non chiedetemi di spiegare che cos’è la fede perché se pretendessi di farlo tradirei la ragione che mi distingue tra tutti gli esseri viventi come essere umano. È per questo che il grande filosofo Biagio Pascal parla della fede come scommessa. Egli invita a scommettere sull’esistenza di Dio perché chi vi scommette nulla perde, anzi, guadagnerà certamente sia che Dio esista o meno.

Per me invece, la fede è qualcosa di esistenziale, direi anche identitario. Solo l’uomo è capace di affidare ogni cosa della sua quotidianità ad una realtà superiore, ad un Altro da sé. La fede è connaturale all’uomo, nasce con lui, esiste sin dall’apparizione dell’essere umano nella storia. L’uomo è l’essere dell’oltre, l’unico che sa andare al di là di se stesso. Questa è fede!

Non posso negare qualcosa che mi fa sentire più uomo e meno animale.

Così non mi diviene impossibile affrontare la morte di una persona cara o un evento tragico. Certo, soffro, perché sono uomo, ma spero perché sono un uomo.

Chiedetemi di rinunciare a qualsiasi cosa, ma la ragione non mi impedirà mai di rinunciare alla mia umanità.









Il Chierichetto