Quando ci lasciamo guidare dai bambini nelle riflessioni
allora dobbiamo mettere in conto due certezze: non sapere mai dove si andrà a
finire ed sapere che arriveremo molto più in la di quanto possiamo immaginare.
Mi è capitato in questo mese trascorso, quando, con i miei
alunni, abbiamo letto una lettera scritta da un ergastolano. Il mio intento era
quello di farli riflettere qualche minuto sull’importanza del non “etichettare”
gli altri con nomignoli e appellativi vari perché essi possono ferire
enormemente. Devo dire che è stata una chiacchierata riuscita! Ma già al
secondo incontro è accaduto l’inaspettabile. Alcuni avevano ricercato notizie
sull’ergastolano in questione(Carmelo
Musumeci), altri avevano riempito le orecchie dei genitori con domande
riguardo la vita nelle carceri, sul perché essere rinchiusi…
Ho scelto di ascoltare questi ragazzini di 9 anni ed ad un
tratto mi sono ritrovato ad essere discepolo di piccoli insegnanti. Per la
prima volta nella mia vita ho riflettuto sull’identità di un carcerato, sulla
sua sofferenza più intima, con il dramma di aver a che fare con il rimorso del
male commesso, sulla solitudine che spesso affrontano non tanto in cella quanto
nel sentirsi abbandonati da amici e familiari.
Per la prima volta nella mia vita ho riflettuto sul senso
dell’ergastolo… i miei alunni mi hanno insegnato che mettere sulle spalle di
una persona un etichetta che dura per tutta la vita significa aver tolto loro
la possibilità di cambiare. Certo, il male è male, aver ucciso qualcuno, aver
fatto soffrire, aver derubato l’altro, rimangono azioni di male; eppure a cosa
serve punire senza dare poi la possibilità di crescere?
E questo vale anche nella relazione fra chi educa e i
fanciulli educati: quante punizioni infliggiamo che non servono a niente se non
a sottolineare il male commesso aggiungendo sofferenza a sofferenza per chi ha
sbagliato.
Gesù amava intrattenersi con i bambini! Ci sono pittori che
lo hanno ritratto accerchiato con tanti piccoli seduti ai suoi piedi e sulle
sue ginocchia: “lasciate che i bambini vengano a me”! Forse anche il Maestro si
lasciava attorniare dai bimbi per imparare, per farsi illuminare sul linguaggio
più adatto, sul gesto più comprensibile, sulla riflessione più penetrante e al
tempo stesso disarmante per semplicità.
Insieme al sovraffollamento delle carceri, dovremmo
riflettere politicamente ed umanamente sul funzionamento delle stesse come
luogo di rieducazione e di cambiamento.
Ascoltiamo i bambini e ci scopriremo sorpresi nell’essere
condotti per strada dalla loro piccola mano.

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