26 nov 2016

Quando ad insegnare sono i bambini

Quando ci lasciamo guidare dai bambini nelle riflessioni allora dobbiamo mettere in conto due certezze: non sapere mai dove si andrà a finire ed sapere che arriveremo molto più in la di quanto possiamo immaginare.
Mi è capitato in questo mese trascorso, quando, con i miei alunni, abbiamo letto una lettera scritta da un ergastolano. Il mio intento era quello di farli riflettere qualche minuto sull’importanza del non “etichettare” gli altri con nomignoli e appellativi vari perché essi possono ferire enormemente. Devo dire che è stata una chiacchierata riuscita! Ma già al secondo incontro è accaduto l’inaspettabile. Alcuni avevano ricercato notizie sull’ergastolano in questione(Carmelo Musumeci), altri avevano riempito le orecchie dei genitori con domande riguardo la vita nelle carceri, sul perché essere rinchiusi…
Ho scelto di ascoltare questi ragazzini di 9 anni ed ad un tratto mi sono ritrovato ad essere discepolo di piccoli insegnanti. Per la prima volta nella mia vita ho riflettuto sull’identità di un carcerato, sulla sua sofferenza più intima, con il dramma di aver a che fare con il rimorso del male commesso, sulla solitudine che spesso affrontano non tanto in cella quanto nel sentirsi abbandonati da amici e familiari.
Per la prima volta nella mia vita ho riflettuto sul senso dell’ergastolo… i miei alunni mi hanno insegnato che mettere sulle spalle di una persona un etichetta che dura per tutta la vita significa aver tolto loro la possibilità di cambiare. Certo, il male è male, aver ucciso qualcuno, aver fatto soffrire, aver derubato l’altro, rimangono azioni di male; eppure a cosa serve punire senza dare poi la possibilità di crescere?
E questo vale anche nella relazione fra chi educa e i fanciulli educati: quante punizioni infliggiamo che non servono a niente se non a sottolineare il male commesso aggiungendo sofferenza a sofferenza per chi ha sbagliato.
Gesù amava intrattenersi con i bambini! Ci sono pittori che lo hanno ritratto accerchiato con tanti piccoli seduti ai suoi piedi e sulle sue ginocchia: “lasciate che i bambini vengano a me”! Forse anche il Maestro si lasciava attorniare dai bimbi per imparare, per farsi illuminare sul linguaggio più adatto, sul gesto più comprensibile, sulla riflessione più penetrante e al tempo stesso disarmante per semplicità.
Insieme al sovraffollamento delle carceri, dovremmo riflettere politicamente ed umanamente sul funzionamento delle stesse come luogo di rieducazione e di cambiamento.

Ascoltiamo i bambini e ci scopriremo sorpresi nell’essere condotti per strada dalla loro piccola mano.

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