3 ott 2015

Alunno = fiore nato per sbocciare


Carissimo Don Pierino,
è tanto tempo che non ci vediamo! Prima di partire per le vacanze estive avevo il desiderio di risentirti e di poter sfogare tutte le mie difficoltà con te, uomo e prete sempre pronto all’ascolto e alla comprensione.
Infondo anche tu sei un educatore e condividi con me questa fatica ricca di soddisfazioni, ma anche insidiosa. Leggevo su alcuni giornali della conclusione dell’a.s. di una scuola primaria dove in prima classe vi erano state sei bocciature.
Mai come questa volta mi sono sentito chiamato in causa da una notizia essendo io maestro di scuola e per di più maestro di campagna!
Parto da una considerazione che mi è risuonata nella testa per tutto l’inverno e che così: “ridateci la scuola”! La scuola è stata sempre più espropriata ai cittadini per far posto alla corrente di pensiero o di portafoglio del primo Ministro che passava. In questo ultimo anno si è fatto di tutto e ognuno si è preso la briga di chiamare il suo intervento con il nome di “riforma”, ma alla fine nessuno ha voluto riformare la scuola.
Qualcuno lamentava le troppe figure di insegnanti, proponendo a panacea di ogni male il ritorno al maestro unico.  Si pensa che così facendo si possono dare agli alunni punti di riferimento stabili e basi culturali solide. Peccato che questo appaia più come un modo per fare risparmio che non come un nuovo modello educativo. Se dobbiamo dirla tutta,  per come sono oggi i nostri ragazzi questa poliedricità delle figure formative, se ben usata da educatori maturi e responsabili, può solo portare buoni frutti.
Il vero problema invece, è l’aver trasformato il mondo della scuola in una macchina sempre più burocratica dove gli insegnanti sono chiamati a dover dare molto del tempo lavorativo a tutto ciò che non è educazione. Qualche volta ho provato a calcolare quanto tempo dedico agli alunni rispetto a quello delle varie burocrazie giornaliere da portare avanti…  sono rimasto scosso nell’osservare che quasi il 40% del mio lavoro è fatto di carte e non di persone.
Il collegio docenti poi… tutto fa’ tranne che parlare di didattica. Si discute di progetti, soldi che non ci sono, soldi che servirebbero, soldi da recuperare attraverso iniziative dalle più dipsarate. Pensa che l’80% delle delibere collegiali, sotto sotto, hanno come fine il denaro.
Nella mia scuola di campagna quest’anno eravamo in tre insegnati, tutti e tre precari, tutti e tre con famiglie, figli, muti da pagare, bistrattati dalla macchina statale, dal blocco del turnover, eppure con tanta voglia di dare ai “nostri”  alunni!
Abbiamo lavorato in una pluriclasse scoprendo bambini fantastici. Dodici alunni, ma con una marea di problemi. Abbiamo dovuto lottare con le assenze di alcuni ragazzi che hanno anche superato il famoso tetto delle assenze. Le “armi” le abbiamo usate tutte e alla fine possiamo gridare vittoria perché siamo riusciti, con i denti stretti, a portare i nostri alunni alla fine di questo anno anche se qualcuno con le prove suppletive. Non volevamo bocciare nessuno, ma aiutarli a “sbocciare”!
In una riunione dove  difendevamo a spada tratta “i l futuro della nostra società”,  Il Dirigente ci ha quasi derisi reclamando  il primato della legge sull’amore (io lo chiamo così, lui invece, lo ha definito buonismo).
Forse è di questo che abbiamo bisogno di riavere una scuola dove il primato spetta all’amore e non alla legge. Educare fa’ rima con Amare e non certamente con legge, registri o quant’altro.
Se i nostri ragazzi venissero educati ad Amare e noi educatori lavorassimo mettendo l’amore sopra ogni cosa  sicuramente avremmo un mondo dove la giustizia si affermerebbe con il bene per l’altro, il diritto si espleterebbe nel fare non per paura della pena, ma per la gioia di realizzare il bene. San Paolo docet!
Caro don Pierino,
di maestri come noi ce ne sono tanti, te lo assicuro, anzi ce ne sono di migliori!
Noi continuiamo a lavorare per il bene e per quel che mi riguarda anche per fede. Insieme a tutti i cittadini abbiamo un mostro da combattere che è la cattiva politica che vede nella scuola il primo luogo di tagli e rigore e non di investimento. Si continua ad investire nel cemento, nelle banche, nelle borse,  ma non nell’uomo. Siamo di fronte ad un secondo ateismo, l’ateismo antropologico. Combattiamo insieme questo mostro.
Grazie per il tuo ascolto sereno e critico, e restando in attesa delle tue considerazioni ti auguro ogni bene insieme ad una serena estate.
                                                                                                                                 Il tuo Chierichetto


















Senza la domenica non possiamo vivere


Con il mese di settembre le vacanze dei più volgono al termine. Molti saranno i ricordi che ci porteremo nel cuore, ma più di tutti farà da padrone il sentimento della malinconia. Già, perché ci mancheranno quelle situazioni vissute, gli ambienti conosciuti, la distensione guadagnata ecc. tutto ci porterà poi a sognare le vacanze che verranno.
Eppure, se ci pensiamo bene, ogni settimana ha con sé un momento di pausa… la domenica.
Forse vi sembrerò banale, ma ho l’impressione che la festività del giorno domenicale non sia poi così scontato. Sono tantissime le attività lavorative che perdurano per tutta la settimana, che con il mito della produttività e del mercato, inseguono i guadagni nel giorno della festa. Chiacchierando con amici del nord Italia, sono venuto a conoscenza che l’attività tipica della domenica è il Centro Commerciale. La domenica diventa sempre più il giorno della “spesa”, dello shopping, che vede tantissime famiglie affollare i centri commerciali del Paese gironzolando per reparti, scaffali, offerte e promozioni varie…
Di contro, ci siamo mai chiesti quante famiglie vedono annullarsi la pausa settimanale per il mito dello “Shopper Day”? Ci è mai balenato per la mente che perché io spenda di domenica, c’è qualcun altro che deve lavorare per me? La domenica diventa così da giorno di riposo a giorno di stress continuato per chi spende e chi fa spendere. E il riposo? Lo svago? Il tempo dedicato alle relazioni familiari? Ai nostri figli? Ai nostri partner? Tutto cade nel vuoto e la famiglia perde sempre più della sua identità.
Qualcuno è molto preoccupato per le nuove teorie del Gender, altri per le paventate politiche in vista di coppie di conviventi, mentre nessuno, o quasi, sembra accorgersi che lo sgretolamento dell’identità della famiglia serpeggia da anni nelle nostre vite e sempre più subdolo si intrufola nel nome dell’unico dio moderno, il dio “denaro”, il dio “mercato”.
Lo stesso mondo del lavoro ha perso il fine del sostentamento della propria famiglia per divenire servo del profitto(altrui). Mi vengono in mente le tantissime donne, mogli e madri che sono costrette in questi giorni ad abbandonare, si capite bene, abbandonare le proprie famiglie per rincorrere il contratto a tempo indeterminato nel mondo della scuola. Alla riforma il grande merito di assumere nuovi docenti, ma va fatta l’accusa più grande di essere una ennesima manovra subdola che distrugge l’unità fisica e morale del nucleo familiari. E la mobilità nelle altre forme lavorative previste dalle nuove norme sul lavoro cammina sempre in questa direzione. Insomma: stiamo denuclearizzando la famiglia. Questa è la politica familiare del mercato: produrre (non a caso uso questo termine) uomini e donne che spendano (per l’arricchimento di pochi) e che impegnino tutte le loro forze in questo scopo a discapito di ogni altro tempo impegnato per le relazioni umani disinteressate, per il bene gratuito verso di sé e verso chi ci sta accanto.
Stiamo perdendo la domenica, non solo come giorno della settimana, ma anche come luogo della gratuità donata.
Nel 304 d.C. sotto le persecuzioni di Diocleziano, a quarantanove uomini e donne di Abitene venne chiesto di rinunciare alla domenica e al loro riunirsi in Chiesa per l’Eucarestia. Furono uccisi perché risposero: Sine dominico non possumus , senza la domenica non possiamo vivere.
Capite? Si sono fatti uccidere per salvare il luogo festivo che coincideva per loro nel cuore della propria fede, cioè la celebrazione della mensa eucaristica.
E noi? Credenti o meno, ci stiamo lasciando depauperare del senso proprio della nostra relazione familiare.

Sarebbe bello avere pro e contro gender, conviventi o sposati, uniti nel difendere la libertà di poter avere il “tempo” per continuare a costruire le nostre relazioni senza altro fine se non quello di vivere insieme.