Da oltre mille
anni la Maiella è stata scelta come luogo privilegiato per la vita eremitica. Più
di cento sono infatti, gli eremi sorti nel territorio sormontato dalla Grande
Montagna. Da oggi ospita l’Eremo delle “ Case di Maria di Nazareth”.
Ma cosa significa
eremita? Qual è il senso della vita eremitica agli occhi di uno sposo cristiano?
Tentiamo di offrire qualche riflessione.
Ricorrendo ad una
fonte sicura come il vocabolario della lingua italiana, alla parola “eremo” scopriamo
l’origine greca del termine col significato di «solitario». L’eremo è un luogo
solitario, dove un uomo o una donna vivono solitari.
Non contenti,
pronti ad una nuova ricerca ci immergiamo nelle pagine polverose di un
glossario per cercare il significato concreto di “solitario” e, schiariti da un
lato, stupiti dall’altro, vi scopriamo ben tre accezioni: persona che vive in
solitudine; gioco a carte; anello sponsale sormontato da un diamante.
Ecco, ora siamo
pronti a delineare la figura dell’eremita.
Vita in solitudine.
L’eremita è una
persona che consacra la sua vita interamente al servizio di Dio, e per
adempiervi si ritira dal mondo, si apparta; non rifiuta, ma assume
profondamente in sé il senso della vita insieme agli altri. Se pensiamo
l’eremita come persona uggiosa, che disprezza il mondo in cui vive, in continuo
conflitto con le difficoltà dell’esistenza, che vi rifugge nascondendosi, ci
sbagliamo. San Benedetto, maestro di vita monastica ritrae l’eremita come una
persona matura, formatasi nella vita religiosa attraverso la continua crescita
e correzione grazie al sostegno e al confronto con i fratelli nel monastero; un
combattente forte e saggio che affronta la vita con il solo aiuto di Dio ( cf. RB 1, 3-5). Tale solitudine fa’ dell’eremita una persona
della liminarietà, che vive ai
margini, che rinuncia al protagonismo, si fa’ piccolo, emarginato, ultimo nella
logica del Vangelo. Questo non per autoflagellazione, ma per condivisione con
gli ultimi. Nello stesso tempo la solitudine dell’eremita si traduce in
affermazione del vivere senza, del
primato della gratuità nei confronti di un mondo dove tutto ha un prezzo, un
costo. Nella gratuità scopre e mostra come non si vive solo per se stessi. Inoltre,
la solitudine dell’eremo è l’amplificazione
del silenzio. La scelta di appartarsi in luogo solitario nasce
dall’esigenza di trovare il silenzio, non semplicemente esteriore, ma del
cuore, dove poter impegnare tutto il tempo nell’ascolto della voce di Dio. Il
silenzio della solitudine fa’ dell’eremita la persona della Parola.
Il gioco.
Non sembri assurdo
o un divertimento linguistico, ma l’eremita è la persona del gioco. Cos’è
infatti il gioco se non un esercizio dell’accessorio, di ciò che rimanda al
tempo libero, allo spreco del tempo, al sovrappiù. Nel linguaggio della Chiesa
il sovrappiù trova la sua massima espressione nella liturgia. L’eremita fa’ della sua giornata una liturgia, nella lode
ricca di ritualità, profumo, canto, bellezza…
di tutto ciò che per noi che abitiamo le città è relegato al tempo della
vacanza o dello svago. L’eremita incarna in sé lo spreco, come il vasetto di nardo profumato versato sui piedi di
Gesù, (cf. Gv 12, 1-8). Egli è
testimone della sovrabbondanza, come
le dodici ceste piene degli avanzi raccolti dalla moltiplicazione dei cinque
pani e dei due pesci (cf. Mt 14, 20).
È il senza scopo, come la danza
frenetica dei Cherubini nella visione del profeta Ezechiele (cf. Ez 1, 4-28). Nel gioco della
liturgia l’eremita è la concretezza del «se
non ritornerete come bambini…» (cf.
Mt 18, 1-5.10) che, nei gesti ripetitivi e minuziosamente curati della
preghiera, s’alza, china il capo, si genuflette, si prostra, bacia, gusta…
facendo non solo del suo cuore, ma anche del suo corpo dedicazione completa e
perfetta a Dio.
Le nozze.
La vita eremitica
è il “solitario” della Chiesa, quell’anello simbolico che esprime la fedeltà
della sposa a Dio e al tempo stesso è percepita dalla Chiesa come il sigillo
d’amore ricevuto in dono dal suo Signore. È in questa immagine che troviamo il
senso autentico dell’esistenza dell’eremita per il nostro oggi. Lui è
come il diamante, trasparente e brillante che in alto luccica; e la
luce di cui brilla non è sua, lo splendore che fa’ del diamante unico non è luce
propria della pietra, ma riflesso della luce del sole. L’eremita allora
testimonia a tutti il senso della nostra vita di fede, che consiste nello
scrostarci di tutte le impurità, delle sporcizie della terrosità e dell’opacità
del male e che fa’ risplendere la bellezza di Dio che ci ha creati a sua
immagine e somiglianza. L’eremita è un faro per la fedeltà che deve
caratterizzare ogni cristiano, fedeltà incondizionata, totale, inderogabile a
Dio.
Da tutto ciò può
sembrare che la vocazione alla vita eremitica sia l’unica concretizzazione della
porta stretta indicata da Gesù nel Vangelo (cf.
Lc 13, 22-30), ma non è così. San Giovanni Crisostomo, Padre della Chiesa
scrive che «quando Cristo ordina di
seguire la via stretta, egli si rivolge a tutti gli uomini. Il monaco e chi
vive nel mondo devono raggiungere le stesse altezze» e altrove scrive
ancora che «coloro che vivono nel mondo,
anche se sposati, devono in tutto il resto somigliare ai monaci. Vi sbagliate
del tutto se pensate che esistono cose richieste ai laici e altre ai monaci…
essi dovranno presentare gli stessi conti.» (Omelie sulla lettera agli
Ebrei 7, 4; 7, 41). Teodoro Studita, monaco dell’VIII sec. ricorda che la
preghiera quotidiana, il digiuno, la lettura della Sacra Scrittura, la
disciplina ascetica non vale solo per i monaci, ma «tutta intera ed egualmente anche per il laico» (Lettera 117, PG 99,
1388).
Conclusioni
L’eremitismo
rammenta che, anche io sposo sono chiamato a fare della mia vita dedizione
totale a Dio e lo esprimo solo quando faccio della mia vita dedicazione
perfetta alla mia sposa. L’eremita mi mostra che anche io sono chiamato a
farmi ultimo nella logica del Vangelo e
questo posso realizzarlo solo quando sono capace di essere servo di mia moglie
e dei miei figli. La vita eremitica mi insegna a sprecarmi per Dio e questo potrò
farlo solo se sono capace di impegnare anche l’ora di pausa dal lavoro per
correre a casa per celebrare l’amore di famiglia fosse solo per un pugno di
minuti.
E quando guarderò
alla purezza e trasparenza dell’eremita non potrò non comprendere che l’unica
via per testimoniare la mia fedeltà a Dio consiste nell’essere “uno” negli
intenti, nei pensieri, nelle scelte con la donna che il mio Signore ha unito a
me nella consacrazione nuziale.
Questo è lo
sguardo che da sposo e genitore cristiano posso avere sulla vita eremitica
oggi, che mi ricorda il senso del mio credere in Gesù e nel suo messaggio e che
guardando all’Eremo delle Case di Maria di Nazareth come alla lanterna posta
sul candeliere, mi possa recare come ad una fonte alla quale abbeverarmi e
trovare costantemente uomini “di Dio” che nel silenzio della loro vita si accostano
al frastuono della mia. Un accompagnamento non come di maestri, ma di compagni
di viaggio che si affiancano a me nel cammino battesimale della santità che ci
fa fratelli fra noi e in Cristo, tutti figli dello stesso Padre.