15 nov 2010

Lotta dei simboli: da Adro a Terzigno passando per Babele

Pare che ultimamente il ‘simbolo dia da pensare’! Mi permetto di rubare questa famosissima affermazione di Paul Ricoeur per esprimere quello che ascoltiamo alla TV e leggiamo dai giornali negli ultimi tempi. Qualcuno potrebbe dirmi di non aver assistito a nessuna disquisizione teoretica sul linguaggio né sui suoi strumenti… magari fosse stato così! In realtà si è intrapresa una vera e propria lotta del simbolo cercando di far dire ala simbolo ciò che esso non dice.


Ma che cos’è il simbolo?

Dovremmo utilizzare un numero intero del giornale per spiegarlo, ma quello che a noi interessa dire ora è che il simbolo porta in sé un significato convenzionale, cioè riconosciuto dai più. La bandiera italiana è un simbolo perché “rappresenta” cioè rende presente sotto un’altra forma, lo Stato italiano con tutto il suo popolo e tutti riconoscono nella bandiera non un semplice pezzo di stoffa, ma la Repubblica Italiana.
Quello che fà di un simbolo, una forza è il principio della rappresentanza. Infatti il simbolo evoca alla nostra mente una realtà, un prodotto, un luogo, uno sport, ecc. e lo rende presente non solo alla mente ma anche al corpo.

Pensiamo al tanto discusso Sole delle alpi (quello che troviamo nella bandiera della Lega Nord per intenderci!). Una scuola è piena di questo simbolo con la rivendicazione che esso rappresenti la passata storia dei popoli della pianura padana. Se così fosse, potremmo pensare che il Monte Sinai sia una terra della pianura padana (lì infatti vi ritroviamo questo simbolo) oppure che il palazzo di Assurbanipal sia in pianura padana anziché in Assiria, oppure che la Basilica di San Clemente a Roma in realtà sia stata trasportata interamente dalla pianura padana, o assurdo degli assurdi, che la campana Ischia, sia in realtà della pianura padana. In tutti questi luoghi ed epoche infatti ritroviamo siffatto simbolo e in tantissimi altri ancora come le terre celtiche, longobarde, ecc.

Eppure il famoso sole delle alpi lo si definisce identitario, ma per chi? Esprime per tutti una identità socio -politica? No, ma qualcuno vuole che lo divenga e da bandiera di partito (tale risulta registrato come marchio tutelato da copyright) a luogo identitario. Altrettanto emblematico è il caso del tricolore bruciato a Terzigno… qualcuno forse pensava di bruciare il simbolo di un Governo assente o lontano, oppure di bruciare l’appartenenza al popolo italiano, la sua fierezza di appartenere a questa Nazione?

In “alto” si minimizzano tali fenomeni, invece faremmo bene a preoccuparci perché tentare di confondere le lingue ci riporta alla tanto famosa Babele, e questa volta a cadere non sarebbe una torre ma qualche malintenzionato potrebbe approfittare della confusione per operare un delitto che da Adro a Terzigno, guarda caso, potrebbe avere un solo e unico morto: la nostra Italia, il nostro Popolo, la nostra storia!

Il Chierichetto

30 ott 2010

Perchè il gruppo dei Ministranti...?

Dedicato a tutti i ministranti della mia Parrocchia e a quelli che offrono il loro generoso servizio alla Chiesa intera!

Una delle prime realtà pastorali nate nella parrocchia Sant’Anna insieme al coro, è stato il gruppo dei ministranti nel quale si sono formati generazioni di ragazzi e di giovani con l’intento di servire Gesù e la Comunità specialmente all’altare.


Da esso sono scaturiti tanti catechisti, ben quattro sacerdoti, tantissimi papà e professionisti che nel proprio quotidiano portano, come un marchio, l’educazione al servizio, una necessità tanto cara da don Armando e dal diacono Antonio fino a don Nico e don Donato nostri attuali pastori.

Qualcuno si domanderà:<< Oggi nella nostra Parrocchia c’è chi si occupa della catechesi, chi della liturgia e ancora altri della Carità; qual è l’utilità di un gruppo dedito al servizio quando ormai la Comunità ha sviluppato in sé tantissime ministerialità? >>. O ancora altri possono pensare che il gruppo dei ministranti sia solo coreografico e funzionale alle complesse liturgie pasquali e natalizie. Altri ancora, potrebbero guardare al gruppo come una tappa di aspirandato al sacerdozio dove si incontrano ragazzini col sogno dell’esser prete. Taluni invece li possono considerare un peso, già perché quando ci sono tanti di loro significa che la messa durerà molto e ci sarà anche quell’insopportabile incenso! Tal altri infine, potrebbero pensare che i ministranti siano un gruppo di chiassosi giovanotti che quando si incontrano dentro e fuori dalle mura della chiesa, son buoni solo a fare schiamazzi disturbando magari il rosario o l’adorazione, commettendo errori o facendo risolini durante la messa.

Eh già, sicuramente il gruppo dei ministranti è tutto quanto detto ed è proprio per questo che la Comunità non può farne a meno. Curare questo gruppo di ragazzi e di giovani significa imprimere come un marchio a fuoco nella loro vita il desiderio di vivere “vicino” a Gesù e non solo sull’altare. Credere nelle possibilità di questo gruppo significa coltivare un giardino da cui poter cogliere i frutti nel momento del bisogno. Investire nella formazione dei ministranti significa fare dello spreco, perché essi sono un gruppo superfluo, ma dove c’è il superfluo significa che c’è abbondanza ed è in questo luogo di abbondanza che la Comunità può contare di attingere nuovi operatori pastorali, nuove forze che possano continuare a garantire alla famiglia parrocchiale vita e futuro!

Fregiarsi di un numeroso gruppo dei ministranti significa darsi la possibilità di curare anche nei minimi e, apparentemente, inutili dettagli, il momento più importante della vita della Chiesa, cioè l’incontro con Gesù nel miracolo dell’Eucarestia.

Godere di un gruppo dei ministranti significa circondarsi di vitalità, di gioia che solo i ragazzi sono capaci di portare nel grigiore dei nostri giorni. Usufruire di quel “chiasso” che lo stesso Giovanni Paolo II applaudì ed elogiò nella GMG del 2000 come segno di una presenza giovane nella Chiesa. Non sentire più quel baccano significherebbe pregustare una Comunità volta alla vecchiaia e forse alla morte.

Per questi e per mille altri motivi che non so scrivere dobbiamo essere contenti che esistano i nostri ministranti e impegnarci a pregare per loro e a favorire concretamente l’allargarsi del gruppo che sventola a nome di tutti lo stendardo del servizio. Non preoccupiamoci troppo del fracasso, dell’incenso, dei “pretini”, delle messe lunghe, del superfluo, infondo è lo stesso Cristo che per bocca di Paolo ci ricorda che << là dove è abbondato il peccato è sovrabbondata la grazia>> (Rm 5,20).